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Mondiali e diritti delle donne – Girone A e B

Posted by vacrigistina su 17 giugno 2010

Amnesty international ha denunciato violazioni dei diritti umani in Sud Africa nel periodo di organizzazione dei mondiali di calcio 2010. Sul sito sono disponibili maggiori informazioni e le schede del report annuale 2010 relative ai paesi partecipanti al mondiale.

Tra le diverse richieste che Amnesty ha rivolto al governo del Sud Africa c’è anche quella di “accrescere gli sforzi per contrastare le violazioni dei diritti delle donne all’uguaglianza e alla dignità, che costituiscono elementi fondamentali dei programmi di prevenzione e di trattamento dell’Hiv”

Vorrei dedicare i prossimi articoli ad una breve (e purtroppo non esaustiva) indicazione relativa alla situzione delle donne, e soprattutto ai diritti umani delle donne, nei vari paesi che partecipano al mondiale. Molte delle informazioni sono state riprese dalle schede dei rapporti annuali di Amnesty (anni 2010-2009-2008), in alcuni casi è stato possibile rintracciare anche ulteriori informazioni da altre fonti.

Per ogni paese inoltre è disponibile la scheda relativa al Global Gender Gap Report 2009.

Girone A

Sudafrica: (6° nella classifica del gender gap 2009)

(fonte Amnesty international) I dati forniti dalla polizia per l’anno con termine marzo 2009 hanno fatto registrare un aumento del 10,1 per cento dei reati sessuali, stupro compreso, ai danni di adulti e bambini, con 30.000 casi di donne al di sopra dei 18 anni

Il Consiglio sudafricano di ricerca ha pubblicato i risultati di uno studio che dimostra che più di due/quinti degli uomini intervistati aveva usato violenze fisiche nei confronti della partner.

Un’altra indagine mostra che la polizia non adempie agli obblighi sanciti dalla legge sulla violenza domestica. Vi sono stati inoltre una serie di comprovati reclami contro la polizia per non aver, tra le altre cose, arrestato i perpetratori di violenza che non rispettavano l’ordine di protezione o per non aver consigliato alla parte querelante le opzioni previste dalla legge e per “aver scacciato” chi intendeva sporgere denuncia.

Anche i dati del gender gap mostrano una scarsa legislazione contro la violenza contro le donne; in Sud Africa inoltre è abbastanza diffusa la poligamia e il sistema patriarcale.

Le donne hanno continuato a essere sproporzionalmente colpite e infettate da Hiv e Aids. A giugno, lo studio sull’incidenza dell’Hiv condotto dal South African Human Sciences Research Council ha dimostrato che le donne tra i 15 e i 19 anni avevano un tasso d’incidenza di oltre il 6 per cento, più del doppio dei loro coetanei maschi, e che questo aumentava a oltre il 32 per cento per le donne dai 25 ai 29 anni. Le donne africane dai 20 ai 34 anni sono state individuate come gruppo maggiormente a rischio nel paese.

Messico: (99° della classifica del gender gap 2009)

(Amnesty international)La violenza contro donne e ragazze nella comunità e nell’ambiente domestico è rimasta diffusa nella maggior parte degli stati. Sono stati denunciati decine di casi di omicidio in cui donne erano state rapite e stuprate, negli stati di Chihuahua e Mexico. Tutti gli stati hanno adottato provvedimenti legislativi per migliorare la prevenzione e la sanzione dei casi di violenza di genere ma l’applicazione delle nuove leggi è rimasta molto limitata. L’impunità per l’omicidio e altri crimini violenti contro le donne ha continuato a essere la norma.

Nel 2009 on sono cessati gli omicidi e i rapimenti di donne e ragazze a Ciudad Juárez. Secondo quanto riportato, almeno 35 donne sono state rapite e a fine anno non si avevano notizie sulla loro sorte. Il governo dello stato ha pubblicato un rapporto sui progressi nella prevenzione e sanzione degli omicidi di donne ma non ha fornito un pieno resoconto di tutti i casi denunciati. A novembre, la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito che nel caso “campo di cotone” (Campo Algodonero), il Messico era colpevole di discriminazione e di mancata protezione nei confronti di tre giovani donne assassinate nel 2001 a Ciudad Juárez e di non avere garantito un’inchiesta efficace sul loro rapimento e omicidio.

Il diritto all’interruzione di gravidanza in Messico non è garantito a livello legislativo. Nel 2007 il distretto federale ha previsto una decriminalizzazione dell’aborto; come reazione 17 delle 31 Assemblee legislative del Messico hanno approvato emendamenti alle costituzioni statali, garantendo il diritto legale alla vita sin dal momento del concepimento.

Il governo ha pubblicato una direttiva aggiornata per gli operatori medico-sanitari che si occupano di donne vittime di violenza, in base alla quale, le sopravvissute allo stupro hanno il diritto di essere informate riguardo all’accesso all’aborto legale. Alcuni governi statali hanno fatto sapere ai media che la direttiva non sarebbe stata applicata nei loro stati.

Uruguay: (57° nella classifica del gender gap 2009)

(fonte amnesty international) Le donne vittime di violenza di genere hanno continuato a incontrare ostacoli nell’ottenere protezione, giustizia e risarcimenti. La mancanza di risorse e l’inadeguata formazione dei magistrati hanno ostacolato l’applicazione della legislazione sulla violenza domestica. Secondo dati ufficiali, tra novembre 2008 e ottobre 2009, erano state uccise 23 donne.

A novembre 2008 il presidente Tabaré Vázquez ha posto il veto su un progetto di legge sui diritti sessuali e riproduttivi che era stato precedentemente approvato dal Congresso. La legge avrebbe permesso l’aborto entro le prime 12 settimane di gravidanza e in caso di stupro e di pericolo per la vita della donna. Meno di un mese prima, il Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne aveva espresso preoccupazione per l’alta incidenza di mortalità materna, la cui causa principale era riconducibile alla pratica di aborti non sicuri.

Il Comitato ha inoltre criticato l’Uruguay per l’assenza nella propria legislazione di una definizione chiara e diretta di discriminazione nei confronti delle donne, e per le clausole discriminatorie presenti nel codice penale. Una proposta di riforma del codice penale era stata presentata al Senato nel 2005. Ai sensi dell’attuale legislazione l’aborto è punibile fino a nove mesi di carcere per le donne e due anni di carcere per la persona che pratica l’aborto.

Francia: (18° nella classifica del gender gap 2009)

Amnesty international non denuncia particolari situazioni a danno dei diritti delle donne. Come in tanti altri paesi europei, oltre al gender gap ancora presente, sono soprattutto la violenza di genere e la violenza domestica i problemi maggiore per le donne francesi. Sono poi presenti problemi di discriminazione nei confronti delle donne migranti.

Girone B

Argentina: ( 24° nella classifica del gender gap)

La violenza di genere ha continuato a destare grave preoccupazione. E’ stata emanata una legge per prevenire e punire la violenza sulle donne. Questa prevede l’assistenza legale gratuita per le donne vittime di violenza e stabilisce protocolli per la raccolta e la registrazione sistematica di dati ufficiali sulla violenza di genere. Tuttavia, a fine del 2009, la legge non aveva ancora trovato applicazione.

Nigeria: (108° nella classifica del gender gap)

(fonte Amnesty) La violenza sulle donne ha continuato a essere dilagante, compresa la violenza domestica, lo stupro e altre forme di violenza sessuale, sia da parte di funzionari statali che di privati cittadini. Le autorità hanno regolarmente disatteso il loro compito di esercitare la diligenza dovuta nell’impedire e affrontare la violenza sessuale, sia da parte di attori statali che non statali, contribuendo a creare una radicata cultura d’impunità.

Mentre alcuni stati della Nigeria hanno adottato legislazioni per tutelare le donne dalla discriminazione, la Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne non aveva ancora trovato applicazione a livello federale e statale, a quasi 25 anni dalla sua ratifica.

Nel 2008 con all’incirca 59.000 decessi materni all’anno, la Nigeria si attestava al secondo posto mondiale. Il tasso di mortalità materna della Nigeria è stato all’incirca di 1 su 100 nati vivi. Tra i fattori che hanno contribuito a tale primato si citano la mancanza di accesso ai servizi sanitari e la loro inefficienza, la corruzione, aborti insicuri, e malattie come l’eclampsia e la malaria.

(fonte peacereporter) L’applicazione del diritto penale islamico da parte dei tribunali del nord del paese ha provocato un forte peggioramento della situazione dei diritti umani in generale e, in particolare, della situazione femminile. grave la situazione dei diritti delle donne, come dimostrano i due famosi casi di Amina Lawal e di Safya Yakubu Hussaini, condannate alla lapidazione ma salvate grazie alle pressioni dell’opinione pubblica internazionale.

Da ricordare inoltre le tante ragazze provenienti dalla Nigeria vittime di tratta a fini di sfruttamenti sessuali e che arrivano anche nel nostro paese.

In Nigeria inoltre – secondo i dati del gender gap report – è diffusa la poligamia, predomina il sistema patriarcale, ci sono casi di mutilazioni genitali femminili, anche se in percentuale minore rispetto a tanti altri paesi africani.

Corea del Sud: (non presente nella classifica del gender gap)

(fonte Terra news e Peacereporter) Un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Commissione per i diritti umani in Corea del Nord, una Ong con base a Washington, dal titolo Lives for sale, “Vite in vendita”, raccontava le storie di 53 donne cadute nella rete dei trafficanti.

Sono in crescita infatti le donne che per scappare dalla povertà del paese di origine finiscono nelle mani dei trafficanti, che con la promessa di un lavoro in Cina, le obbligano alla prostituzione o al concubinaggio.

Grecia: (85° nella classifica del gender gap)

La Grecia ha continuato a essere sia un paese di transito, sia la destinazione finale per donne e ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Ciononostante, il numero di donne e ragazze riconosciute come vittime dalle autorità è rimasto basso e ha reso impossibile alle donne l’esercizio del proprio diritto all’assistenza e alla protezione. Le poche donne identificate come vittime della tratta hanno potuto esercitare tali diritti solo a condizione che collaborassero con le autorità nei procedimenti giudiziari contro i loro sospetti trafficanti. In tal modo, oltre a non tenere in alcuna considerazione i timori delle donne di essere vittime di ritorsione, non vi è stata rispondenza alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, che la Grecia non ha né ratificato, né applicato. Alle donne non è stato accordato neppure il periodo di riflessione garantito loro dal diritto greco, il cui scopo era quello di far assumere alle donne decisioni totalmente consapevoli sulla misura della loro collaborazione con le autorità.

Nel 2009 oltre alle preoccupazioni dovute alle insufficienti misure intraprese dal governo per l’identificazione delle vittime di tratta, il progetto di linee guida proposto da una coalizione di Ngo, tra cui Amnesty International, non è stato adottato. La mancanza di finanziamenti statali ha portato alla chiusura di alcuni centri di accoglienza per le vittime di tratta.

Nel gennaio 2007 è entrata in vigore la legge 3500/06 sulla lotta alla violenza domestica. Tuttavia, alcune parti della legge non sono state pienamente in linea con il dovere dello Stato di proteggere i diritti delle donne.

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Anniversario sentenza costituzionale n°33/1960 (le mestruazioni non contano più)

Posted by vacrigistina su 19 maggio 2010

Presentata il 13 maggio e depositata in cancelleria il 18 maggio la sentenza costituzionale n°33 del 1960 segna un passaggio fondamentale nel cammino verso la parità tra donne e uomini nel nostro paese.

La sentenza infatti si pronuncia sull’incostituzionalità della norma contenuta nell’art.7 legge del 17 luglio 1919 n° 1176, articolo, sulla base del ricorso presentato nel 1959 da Rosa Oliva contro il Ministero dell’Interno per l’impossibilità, in quanto donna, di partecipare alla selezione concorsuale per la carriera prefettizia. Tale norma infatti escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche, limitando quindi per esempio l’accesso alla carriera prefettizia e alla magistratura.

La corte costituzionale dichiara la legge incostituzionale perché in contrasto con l’art.3 Cost. e l’art.51, stabilendo che il legislatore non può dettare norme attinenti al requisito del sesso e non può infrangere il principio fondamentale dell’eguaglianza.   

A seguito di questa sentenza, nel 1963 è stata emanata la legge n°66 che abroga la legge 1176 e stabilisce che “La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazioni di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge. L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei corpi speciali è regolato da leggi particolari”.

La legge relativa alla forze armate, è stata poi emanata nel 1999, dopo ben 36 anni!

L’eguaglianza che oggi a molte giovani donne sembra tanto scontata, e sembra raggiunta totalmente, fino a 50 anni fa, era esplicitamente negata da leggi e ordinamenti. Grazie all’iniziativa di una coraggiosa e determinata donna, è stato possibile eliminare una grave discriminazione. E oggi a che punto stiamo? Come possiamo agire per andare oltre l’eguaglianza formale e arrivare all’eguaglianza sostanziale? Molte sono le risposte. Al convegno tenuto dal “Comitato 50 anni verso la parità” (sono previste altre iniziative per celebrare questo importante anniversario), le presenti Rosa Oliva e Maria Rita Saulle – giudice costituzionale – hanno invitato a “richiamare” l’attenzione della corte costituzionale su altre norme che possono in un qualche modo limitare l’eguaglianza e discriminare le donne, soffermandosi in particolare sulle norme spesso disattese relativi alle azioni positive. Intanto sarebbe già una buona cosa ricordare questo momento, ricordare che fino a non molto tempo fa a causa delle nostre mestruazioni non potevamo fare le giudici o le magistrate, e tenendo ben presente che i diritti e la possibilità di esercitarli non sono mai stati regalati del potere di turno e sono sempre in pericolo. I diritti purtroppo in queste nostre società falsamente democratiche e egualitarie, vanno conquistati e una volta conquistati vanno difesi. Non ci possiamo distrarre e non ci possiamo crogiolare sulle conquiste altrui. Anche se oggi siamo tornando ad livello ancora più basso: moltissime sono le ragazze e le donne che non conoscono e riconoscono le conquiste delle donne, per le donne e per una società migliore, moltissime sono pronte a sputare sul piatto dove mangiano (spesso accontentandosi delle briciole o scambiando per caviale gli avanzi di lombo o peggior ancora volendo adeguarsi al gusto del caviale) servito dai movimenti femministi e da donne coraggiose e determinate. Oggi, forse schiacciate dal benessere e dalla precarietà esistenziale, siamo ad un livello ancor più basso perché non sappiamo più riconoscere i nostri diritti, riconoscere le offese e le discriminazioni, non sappiamo più dare voce ai nostri desideri e alle nostre idee, non ci sembra poi così anormale e ingiusto non aver diritti o non poterli esercitare.

Ma adesso ricordiamo i bei momenti: auguri sentenza costituzionale 33/60!

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Storie di discriminazioni sul lavoro a Presadiretta

Posted by vacrigistina su 19 aprile 2010

Mentre c’è qualcuno che parla di inserire nel contratto di servizio RAI trasmissioni dedicate a tematiche di genere o che riguardano direttamente le donne – e indirettamente tutta la società – c’è già chi invece con i fatti rende il servizio radiotelevisivo pubblico realmente tale (e come sempre è Raitre!)

La trasmissione Presadiretta ha intenzione di dedicare una puntata sulle discriminazioni che subiscono le donne italiane nel mondo del lavoro e che stanno ricercando storie e testimonianze di donne diverse. L’indirizzo a cui inviare le storie di discriminazioni sul lavoro è presadiretta@rai.it (la redazione che sta lavorando alla realizzazione del programma assicura di garantire il rispetto della privacy). Sul sito potete leggere la “lettera alle donne” scritta e inviata dalla redazione del programma.

La trasmissione parlerà di “discriminazioni che colpiscono le donne in quanto donne : le donne sono le prime ad essere licenziate in caso di crisi, le donne guadagnano meno degli uomini, le donne vengono discriminate quando scelgono di fare un figlio , le donne fanno fatica in Italia a fare carriera, a prendere posizioni di comando e quando lo fanno devono lavorare il doppio degli uomini e così via.”

Presadiretta intende, inoltre, realizzare anche una puntata sulla pillola abortiva e sull’applicazione in Italia della legge sull’interruzione di gravidanza, partendo dal il sospetto che in molte regioni sia diventato veramente difficile effettuare una interruzione di gravidanza in una struttura pubblica, che sia cresciuto il fenomeno dei viaggi all’estero per abortire e che stia aumentando il numero degli aborti clandestini. Anche su questi temi è possibile mandare storie, segnalazioni, ecc. sempre nel pieno rispetto della Privacy.

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Le donne non lo sanno fare…serve un uomo!

Posted by vacrigistina su 12 marzo 2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza di oggi n°10164, ha stabilito che usare espressioni discriminatorie legate all’appartenenza di genere, nella formulazione di un giudizio sul lavoro e sull’attività svolti, è da considerarsi reato di diffamazione, che quindi prevede il risarcimento alla persona diffamata.

La sentenza, emanata in relazione all’articolo pubblicato nel 2002 sul Corriere di Caserta “Carcere: per dirigerlo serve un uomo”, nel quale un sindacalista ha espresso la necessità di una gestione maschile del carcere, criticando il lavoro della dirittrice del carcere, non in base a fatti e comportamenti, ma solo sulla base dell’essere donna, stabilisce quindi che critiche incentrate sul genere costituiscono reato di diffamazione. Non so fino a quale ambito e circostanza, può esser esteso tale principio espresso dalla Cassazione, ma anche eventualmente limitato all’ambito professionale, mi sembra già qualcosa.

Il sex typing professionale (e formativo) e i processi di femminilizzazione di alcune professioni, generando la cosiddetta “segregazione orizzontale”, rappresentano ancora oggi un importante problema per le donne e un grave limite allo sviluppo culturale, sociale ed economico del paese (anche se per alcuni aspetti, considerando in particolare l’aumento del settore dei servizi, hanno favorito l’ingresso delle donne nel mercato di lavoro e l’aumento quantitativo delle lavoratrici). La sentenza non risolve certo il problema della segregazione orizzontale, ne tantomeno quello della diffusione di stereotipi di genere, ma perlomeno, può servire a metter un freno alle lingue, alle penne e a certi pensieri che supportano una visione sessuata del lavoro e delle professioni e una divisione di genere nel mercato lavorativo. Un utile strumento giuridico per contrastare il pensiero ancora oggi dominante “che esistono lavori che si adattano meglio alle donne e altri più congeniali per gli uomini” “che alcuni lavori sono svolti meglio dalle donne e altri meglio dagli uomini”. Pensiero discriminatorio che, almeno fino ad oggi, ha svantaggiato le donne rilegandole in professioni, considerate generalmente meno prestigiose, spesso meno pagate e con meno possibilità di avanzamento. E di esempi se ne potrebbero fare a centinaia.

Tutelare le lavoratrici (ma anche i lavoratori) di fronte ad affermazioni che le offendono e discriminano in quanto donne, rappresenta quindi un altro piccolo tassello per le pari opportunità nel mercato del lavoro, anche se ovviamente per distruggere gli stereotipi di genere, per eliminare la creazione di ruoli maschili/femminili (fuori e dentro casa), per cambiare l’opinione comune “che le donne siano più brave a fare le maestre e gli uomini a dirigere le aziende” non può bastare una sentenza. E prima che questo avvenga, di frasi offensive sono convinta che ne leggeremo e sentiremo ancora molte, con la speranza, però, che chi le pronuncia o scrive, venga prima denunciato e poi condannato.

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