Vacrigistina's Blog

media, comunicazione, società e politica secondo la mia prospettiva di genere

Donne senza uomini: le donne come metafora di un paese

Posted by vacrigistina su 8 aprile 2010

Pubblico una bella recensione del recente film “Donne senza uomini” (che forse potete trovare ancora al cinema) di Shirin Neshat che ha scritto una “lettrice” del blog e mia cara amica,  ma soprattutto una grande appassionata di cinema e di semiotica: Mart*

Teheran, 1953. Quattro donne in fuga dalla sopraffazione, dalla violenza, dallo stupro e da soprusi che costringono al suicidio, in un paese che sta drammaticamente chiudendo il suo breve sogno democratico di libertà e uguaglianza. Siamo nell’anno della caduta del Primo Ministro Mohammad Mossadeq, leader del Fronte Nazionale iraniano, che dopo aver nazionalizzato l’Anglo-Iranian Oil Company si attirò le inimicizie degli Alleati. La risposta anglo-americana è di quelle che hanno fatto scuola: golpe militare e restaurazione della monarchia dello Scià Reza Pahlavi. Questo il contesto del debutto alla regia di Shirin Neshat, che porta sul grande schermo con surrealismo e magia il romanzo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini. Ogni scena è insieme racconto e metafora, ogni personaggio incarna l’oppressione (militare, religiosa, politica e sociale) delle donne e di un’intera società. Ogni scelta espressiva rinforza il realismo magico di un film che rievoca un mondo e un’epoca vicini e insieme dimenticati, evitando tutte le convenzioni del cinema storico a favore di uno sguardo, uno stile, una logica narrativa differenti (splendida la fotografia dell’austriaco Martin Gschlacht).

Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin sono quattro donne di età ed estrazione sociale differenti, ma la loro vita è allo stesso modo chiusa in un cerchio, limitato dagli uomini e dai loro sguardi. Munis è reclusa dal fratello tra le quattro mura di casa, ma ascolta la radio, vuole leggere, capire il suo tempo ed esserne partecipe attiva. Soffocata nella sua passione politica, donna d’azione, Munis preferisce la morte alla reclusione. Si suicida, ma percorre tutto il film come uno fantasma, meglio, uno spirito guida, testimone dei profondi cambiamenti politici e sociali del suo paese. Faezeh è la sua migliore amica di Munis, ma i suoi valori e il suo stile di vita sono opposti. Assuefatta alla sua condizione di subalternità civile e sociale, rappresenta l’ideale della donna musulmana, ma uno stupro cambierà la sua vita. Poi c’è Kakhiri, una signora dell’alta borghesia, un’artista che ha rinunciato al vero amore per sposare agiatezza e comodità, al prezzo però di una vita senza amore, segnata dall’insoddisfazione e dalla frustrazione. Anche Kakhiri però arriva ad un punto di rottura: abbandona il suo ottuso marito per rifugiarsi in una casa fuori città immersa nella natura. Ma il personaggio centrale del film – credo – sia invece quello di Zarin: incarnazione dell’Iran, è una puttana che non riconosce più il volto dei suoi clienti (che, nel movimento metaforico di umanizzazione dell’Iran attraverso questo personaggio, potrebbero rappresentare gli Alleati). Sofferente, triste, magrissima, cerca di rimediare al suo dolore e al suo malessere con una lavanda che si fa invece scarnificazione. Allo stremo, la vediamo incamminarsi per la città, alla ricerca del popolo iraniano. Incontra un gruppo di donne. Piangono. Chiuse nel loro dolore, non badano a Zarin. Subito dopo, incontra un gruppo di uomini in preghiera, chini sulle ginocchia, allineati, sembrano già soldati schierati pronti alla battaglia. Zarin-Iran scappa impaurita, fino a quando non trova una fonte (l’acqua, la vita, la speranza). E’ la sorgente dello stagno di quel giardino che sarà rifugio per tutte e quattro le protagoniste. In un modo o nell’altro, si ritrovano tutte in questo luogo incantato, cariche dei dolori, delle privazioni e delle sofferenze del mondo maschilista e violento da cui provengono. Qui cercano la salvezza, qui trovano un rifugio, uno spazio di libertà in cui ritrovare sé stesse, curarsi, scoprirsi e accudirsi. Gli spazi di questo luogo sono infiniti, orizzonti interminabili, ma fatti anche di foreste labirintiche, metafora dell’ignoto che una libertà cercata, voluta e conquistata porta comunque sempre con sé. 

Ed è in questo giardino che avviene l’evento centrale del film (ed anche qui, è chiaro il richiamo alla storia dell’Iran di quegli anni). L’evento è un passaggio generazionale: la giovane Faezeh, ormai emancipata e consapevole dei propri diritti di donna e di cittadina iraniana, accudisce Zarin-Iran morente. Sono gli ultimi atti di vita della ex-prostituta e gli ultimi attimi di vita della breve stagione democratica del paese. Kakhiri, simbolo delle donne iraniane degli anni Trenta che hanno assistito ai mutamenti geopolitici dei primi del Novecento senza forse comprenderli fino in fondo, abbandona le due ragazze (la nuova generazione di donne iraniane e l’Iran) preferendo la compagnia dei vecchi amici, già ossequiosi nei confronti dei nuovi poteri golpisti. Dunque Zarin-Iran muore, lasciando sola Fazeh. Ma la giovane è ormai forte, coraggiosa. Decide di abbandonare il rifugio-giardino per uscire di nuovo nel mondo. La vediamo incamminarsi decisa verso Teheran, lasciando Kahiri in lacrime. Il suo tempo è ormai finito, la sua occasione per essere partecipe del cambiamento è ormai passata. Il testimone della Storia è passato a Fazeh, che senza velo, consapevole di sé, della propria forza e della propria libertà, si avvia con decisione incontro alla città in subbuglio.

Il film mi ha fatto riflettere sul nostro paese. Credo purtroppo che in Italia un passaggio generazionale – soprattutto sulla questione di genere – non ci sia stato. Qualcosa si è perduto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Profondi mutamenti sociali, politici ed economici che hanno investito l’Italia (forse ancora troppo succube e satellite di equilibri geopolitici mondiali “altri”) non sono forse stati capiti e governati adeguatamente. La Storia aiuta a capire dove e come il testimone s’è perduto. Ma l’azione non può più aspettare. Rinunciare a riprenderci ciò che ci spetta, con tutti gli strumenti che oggi la rivoluzione tecnologica globale ci ha dato, sarebbe immorale e non solo nei nostri confronti, ma soprattutto nei confronti delle generazioni future. La situazione italiana non è forse paragonabile a quella iraniana, ma certo occorrerebbe prendere esempio recuperando uno spirito e una volontà di cambiamento che oggi le donne iraniane incarnano con il Movimento Verde (per maggiori info il blog amicidelliran). Le condanne a morte, la privazione dei diritti, le incarcerazioni non appartengono al nostro paese. Ma abbiamo anche perso la capacità di indignarci agli attacchi impliciti, alle offese e a una concezione di subalternità della donna diffusa non solo tra gli uomini, ma anche tra le donne italiane.

[Mart*]

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