Vacrigistina's Blog

media, comunicazione, società e politica secondo la mia prospettiva di genere

Archive for aprile 2010

In Toscana incarichi politici importanti a donne

Posted by vacrigistina su 26 aprile 2010

Che bello trovare un interessante articolo sul quotidiano il Tirreno, che molto spesso nel dare notizie di genere, se così le possiamo definire, fa spesso errori di prospettiva e di linguaggio. Peccato solo per le virgolette alla parola “assessore”,e la sostituzione della parola assessora con assessore ma sempre meglio dell’espressione donne assessori. Meglio poi di altri quotidiani toscani che titolano “giunta rosa”.

l’articolo che commenta la scelta del nuovo presidente della Toscana di nominare due donne – Daniela Scaramucci e Anna Marson – rispettivamente assessora alla sanità e dell’urbanistica

Daniela Scaramucci , manager della McKinsey, ha svolto una ricerca – Women matter – dimostrando che le aziende con una maggiore presenza femminile ai vertici hanno un’organizzazione più efficace e migliori performance. Questo ci fa ben sperare che la assessora possa nel suo ruolo istituzionale portare con sè una consapevolezza di genere e una differenza nella gestione del “potere”.

Di Anna Marson, docente di tecnica e pianificazione urbanistica, un’intervista interessante è consultabile sul sito Tempi e spazi

Nella Giunta Toscana su 10 assessorati 5 sono stati assegnati a donne – cose che potrebbe essere scontata o non rilevante ma che come sappiamo bene non è ancora così – e anche per il posto di vice è stata nominata una donna.

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25 aprile

Posted by vacrigistina su 25 aprile 2010

Stamattina mi sono alzata,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
Stamattina mi sono alzata
E ho trovato l’invasor.

O partigiano portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
O partigiano portami via
Che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiana
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E se io muoio da partigiana
Tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E seppellire lassù in montagna
Sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
E le genti che passeranno
Mi diranno o che bel fior.

È questo il fiore della partigiana
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
È questo il fiore della partigiana
Morta per la libertà.

È questo il fiore della partigiana
Morta per la libertà.

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Perchè andare a vedere Agorà subito

Posted by vacrigistina su 19 aprile 2010

Sta girando l’invito ad andare a vedere nel primo week end di uscita (23-25 aprile) il film Agorà del bravissimo regista Alejandro Amenebàr, e anch’io quindi mi impegno nel diffonderlo, ricordando che il film Agora parla di Ipazia di Alessandria, eminente studiosa e martire laica (trucidata per volere del Vescovo Cirillo per non essersi voluta convertire al cattolicesimo e per non voler rinunciare a studiare ed insegnare materie definite contrarie alla dottrina della chiesa, oltre che per essere una donna che si occupava di scienza).

Mentre in Spagna ha raccolto un enorme successo, in Italia non riusciva ad uscire a causa dell’opposizione del Vaticano.

Andando numerose/i a vederlo nel primo week end di uscita, probabilmente, si può consentire che sia proiettato per più tempo nelle sale.

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Storie di discriminazioni sul lavoro a Presadiretta

Posted by vacrigistina su 19 aprile 2010

Mentre c’è qualcuno che parla di inserire nel contratto di servizio RAI trasmissioni dedicate a tematiche di genere o che riguardano direttamente le donne – e indirettamente tutta la società – c’è già chi invece con i fatti rende il servizio radiotelevisivo pubblico realmente tale (e come sempre è Raitre!)

La trasmissione Presadiretta ha intenzione di dedicare una puntata sulle discriminazioni che subiscono le donne italiane nel mondo del lavoro e che stanno ricercando storie e testimonianze di donne diverse. L’indirizzo a cui inviare le storie di discriminazioni sul lavoro è presadiretta@rai.it (la redazione che sta lavorando alla realizzazione del programma assicura di garantire il rispetto della privacy). Sul sito potete leggere la “lettera alle donne” scritta e inviata dalla redazione del programma.

La trasmissione parlerà di “discriminazioni che colpiscono le donne in quanto donne : le donne sono le prime ad essere licenziate in caso di crisi, le donne guadagnano meno degli uomini, le donne vengono discriminate quando scelgono di fare un figlio , le donne fanno fatica in Italia a fare carriera, a prendere posizioni di comando e quando lo fanno devono lavorare il doppio degli uomini e così via.”

Presadiretta intende, inoltre, realizzare anche una puntata sulla pillola abortiva e sull’applicazione in Italia della legge sull’interruzione di gravidanza, partendo dal il sospetto che in molte regioni sia diventato veramente difficile effettuare una interruzione di gravidanza in una struttura pubblica, che sia cresciuto il fenomeno dei viaggi all’estero per abortire e che stia aumentando il numero degli aborti clandestini. Anche su questi temi è possibile mandare storie, segnalazioni, ecc. sempre nel pieno rispetto della Privacy.

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Donne in tv: il convegno che svela le due facce del paese

Posted by vacrigistina su 18 aprile 2010

Oggi, con più calma e con più freddezza, vorrei proporre ulteriori riflessioni sul convegno che si è tenuto giovedì scorso relativo a “donne in tv e nei media”.

Io ho assistito soltanto alla prima parte dell’incontro, e da una collega ho saputo che nella seconda parte, sono state esplicitate dai presenti alcune critiche a cui avevo accennato nel post precedente, oltre a trattare con più professionalità e compenza alcuni temi. La mia amica ha commentato così “In quel convegno ho visto le due Italie di oggi” La prima Italia, rappresentata da chi è intervenuto nella parte iniziale, è quella di chi parla per obbligo di presenza senza averne competenza, senza aver approfondito la tematica, l’Italia di chi non fa autocritica ma cerca belle parole per difendere i suoi errori cercando di scaricare il barile su qualcun altro, l’Italia che trasforma un incontro serio in una vetrina per se e per il suo partito-sostenitore politico/economico, mentre nella seconda parte ha parlato l’Italia degli intellettuali, degli studiosi, di chi fa ricerca e di chi interviene con consapevolezza e competenza cercando di condividere il sapere per il miglioramento. Nella seconda parte, da parte soprattutto della Zanardo (la produttrice del video “Il corpo delle donne”, che era stata attaccata per “aver fatto, in maniera facile e superficiale, un collage del peggio – che rappresenta una parte minore dell’offerta televisiva secondo Marano – offrendo quindi “un prodotto che falsifica la realtà e alimenta la drammatizzazione”, sono state espresse parole forti contro le modalità del convegno, e soprattutto contro l’atteggiamento di alcuni presenti nei confronti della mercificazione del corpo femminile.Purtroppo non essendo presente non ho i dati che Elisa Manna responsabile politiche culturali del Censis (e che comunque possono essere trovati nel Libro Bianco del Censis Women and media in Europe) che mostrano che il college della Zanardo presenta solo una piccolissima parte delle immagini della donna-merce che sono ben maggiori in televisone al contrario di quello che ha sostenuto Marano (che peccato però se ne era già andato, insieme a tutte le altre persone intevenute nella prima parte). Purtroppo non posso neanche riproporre le pubblicità mostrate da Alberto Contri, Presidente di Pubblicità Progresso. Quindi riporterò le proposte espresse e ciò che a quanto pare è stato già raggiunto grazie all’azione di lobbyng al femminile iniziata con l’appello “donne e media” fatto circolare in rete dal mese di novembre ( e che secondo Gabriella Cims è stato un vero e proprio successo delle rete), frenando la tentazione di commentare ancora gli interventi fatti e l’incorenza di alcune persone, come la direttrice della rivista A o di Lucia Annunziata.

L’appello chiedeva a chi di competenza di inserire una valutazione di genere della televisione pubblica nelle fase di rinnovo del contratto di servizio RAI (ancora al vaglio parlamentare), una valutazione al fine di garantire maggiore tutela dell’immagine e della dignità delle donne in televisione e di promuovere programmi su tematiche importanti come la violenza di genere.

Vediamo in sintesi cosa è emerso nella prima parte del convegno.

Gli obiettivi da raggiungere

-limitare (io direi eliminare) della donna “offerta come bene di consumo”, che offende la dignità e alimenta il contesto in cui avvengono le molestie e le violenze sessuali verso le donne

– riequilibrare la presenza delle donne in televisione, offrendo una visione più eterogenea delle donne e più vicina alla realtà, evitando quindi che in televisione venga proposta unicamente la donna-velina

– promuovere programmi “intelligenti” dedicati ad alcune tematiche di genere (come la violenza domestica) e inserire una prospettiva di genere nei diversi programmi

– dare più spazio alle donne reali e alle loro storie, ma anche alle esperte alle professioniste nelle trasmissioni (bassissima infatti è la percentuale di donne che vengono chiamate nelle varie trasmissioni “alte” come esperte)

– bilanciare le storie negative (la madre che uccide il figlio) con quelle posivite

I nodi problematici

– il mercato e le sue regole, la necessità di competere con la televisione privata e la ricerca dei finanziamenti privati (e quindi la necessità di proporre donne nude perchè vendono meglio i programmi, ancora una volta Berlusconi docet e tutti obbediscono!) [Marano /Garimberti]

– il sistema di misurazione dell’audience (auditel) non può rappresentare l’unico sistema in base al quale decidere i programmi e i palinsesti per evitare di continuare a seguire i gusti maschilisti e morbosi del pubblico (donne e uomini) [Roberto Rao]

– debolezza strutturale della RAI e la riproposizione dei modelli che vengono proposti dagli investitori [Roberto Rao]

– il ruolo ormai ridotto della commissione di vigilanza RAI e la necessità di difendere chi non è difeso ma che paga il canone Rai

– la mancanza di donne nei luoghi di potere della RAI

– l’atteggiamento conforme ai modelli/gusti maschilista delle donne che lavorano in RAI, il loro collaborazionismo

– il problema della ridotta autorevolezza delle donne (non è quindi “un problema di corpo ma del peso della testa delle donne” secondo Lucia Annunziata che caratterizza la società in generale e che dipende da un problema di autostima che deve esser risolto nella scuola)

– la necessità di considerare anche gli altri media e di risolvere il problema dell’immagine femminile in maniera integrata

– una valutazione sul ruolo effettivo su alcuni target come i giovani della televisione

Cosa è stato inserito nel contratto di servizio RAI (a quanto sembra)

– la promozione di programmi di informazione sulla violenza di genere

– alcuni principi per il rispetto della dignità della donna e per un riequilibrio dell’immagine della donna proposta

Le proposte per il futuro:

– La creazione di un tavolo tecnico di confronto costituito da vari soggetti per avviare un dibattito finalizzato alle riforme e per colmare il gap con altri paese europei

– L’emanazione di un codice deontologico condiviso

– La nomina di un soggetto (comitato, osservatorio o commissione di vigilanza) per il controllo che siano rispettati i principi definiti

– nuovi programmi “intelligenti” [Roberto Rao: programmi veri sulla violenza domestica e di genere, sullo sfruttamento delle donne immigrate, sulle giovani madri sole, sulle discriminazioni sul lavoro, sui successi delle donne]

Chiudo con una domanda: ma dov’era la Ministra delle Pari Opportunità? Perchè non ha preso parte ad un convegno ritenuto così importante? Probabilmente la contraddizione sarebbe stata troppo evidente, il conflitto di interessi pure. Insomma cosa avrebbe potuto dire la Carfagna sulle “troppe donne veline in tv”? Sul collaborazionismo delle donne? Sul successo ottenuto solo attraverso il potere erotico e la mercificazione del corpo?Come chiedere, insomma, di cambiare un sistema televisivo che svende le donne e le mercifica a chi deve il suo attuale successo politico proprio a tale sistema televisivo? Forse qualcuno vedrà nella sua storia, un lieto fine dovuto proprio a questo sistema televisivo e quindi un motivo per difenderlo, per vederlo come un giusto trampolino di lancio per i più diversi settori: “insomma si inizia a fare la ‘ballerina’ e si arriva a fare la ministra. Si parte dall’esibizione del corpo sul piccolo schermo e si arriva all’esibizione del cervello a palazzo chigi. Se questa non è meritocrazia, cos’è? Ah già, maschilismo e esempio del potere maschile.

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Donne in Tv e nei media: un incontro importante?

Posted by vacrigistina su 16 aprile 2010

Un incontro importante quello di ieri. Così desidererei iniziare questo commento relativo al convegno che si è svolto ieri a Palazzo Chigi su “Donne in tv e nei media”; ma i desideri si scontrano troppo spesso con la realtà e con le limitatezze della società. I desideri di una giovane ragazza, oggi in Italia si scontrano con la crisi economica, con i contratti precari, con gli eterni stage, con gli ostacoli di una società maschilista che pensavamo fossero stati eliminati ma che ancora creano discriminazioni e difficoltà, e si scontrano soprattutto con la velleità di un potere maschile che da un lato cerca in tutti i modi di tenersi ben saldo, dall’altro rimane ottuso di fronte ai benefici sociali ed economici di politiche di empowerment femminile e indifferente di fronte a questioni che non lo danneggiano direttamente, ma al contrario anzi lo privilegiano. Di fronte quindi all’esistente, alle sconfitte passate, alle promesse non mantenute perché non supportate da convinzione ma espresse come “dovuta concessione”, agli intenti pregevoli sulla carta e poi non tradotti in azione, ho paura che pensare che l’evento di ieri sia da considerarsi realmente l’inizio di un processo di cambiamento, sia prematuro, avventato, ingenuo. Ma oggi vorrei pensarlo lo stesso, almeno per alcune ragioni. Prime tra tutte il raggiungimento di alcuni primi obiettivi e l’emersione di proposte concrete per il futuro. Secondo perché ieri c’è stato un gruppo di persone abbastanza “influenti” nel settore dei media ed in particolare della televisione pubblica, che si è confrontato su un tema secondo me importante e ha iniziato a mettersi in discussione (stile BBC secondo Giampaolo Rossi, Presidente RAI NET). Terzo perché sono emersi molti aspetti diversi da persone e prospettive diverse e che necessariamente non possono esser dimenticate o sottovalutate per mettere in moto un reale percorso di cambiamento. Ma accanto a questi elementi positivi, ho riscontrato anche alcuni aspetti negativi della giornata di ieri: l’atteggiamento difensivo di alcuni soggetti della RAI (di Antonio Marano vicedirettore generale della RAI e responsabile dei palinsesti, di Lorenza Lei vicedirettrice generale e Giuliana Del Bufalo, Direttore Rai Parlamento) che invece riconoscere gli errori in maniera costruttiva, si sono nascosti dietro l’impotenza, le regole del mercato, i buoni prodotti offerti dalla Rai (che poi quali sono non lo hanno precisato rimanendo al contrario sul vago), la pratica del convegno-vetrina da parte di alcuni importanti rappresentanti che hanno parlato per primi andando via poco dopo, a causa degli impegni più importanti, senza quindi sentire gli altri interventi, lasciando in sospeso domande e precisazione (come il ministro Scajola e il presidente della Rai Garimberti), alcune frasi e alcune parole pronunciati senza troppe valutazioni (“sederino”, “sarei contento se mia figlia facesse la ballerina” – ballerina televisiva ovviamente -, “le nostre donne”, “il fascino femminile è importante per una società serena”…) l’elencazione arida di dati relativi alla presenza di donne nella produzione-conduzione-informazione televisiva) il trattare la tematica di genere nei media come se fosse un corollario, e soprattutto le critiche aprioristiche e ottuse al documentario “Il corpo delle donne” (di cui è stato mostrato soltanto l’inizio) e a chi lo ha realizzato, Lorella Zanardo (che è intervenuta in apertura) da parte di persone che hanno senza vergogna ammesso di non far parte di quel milione e 300 mila persone che lo hanno visto. Migliore è stato invece il messaggio di Napolitano, anche se considerando ormai la sua autorevolezza in ribasso, non so quanto possa ancora considerarsi significativo. Queste le mie prime veloci impressioni, a breve, invece proporrò una sintesi delle proposte emerse, dei temi trattati, e degli interventi della prima parte del convegno.

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Come si arresta una femminista

Posted by vacrigistina su 14 aprile 2010

Diffondo il comunicato del collettivo femminista Le Sommosse di Perugia, sull’arresto avvenuto sabato sera.

Potete leggere il comunicato al seguente link

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Donne senza uomini: le donne come metafora di un paese

Posted by vacrigistina su 8 aprile 2010

Pubblico una bella recensione del recente film “Donne senza uomini” (che forse potete trovare ancora al cinema) di Shirin Neshat che ha scritto una “lettrice” del blog e mia cara amica,  ma soprattutto una grande appassionata di cinema e di semiotica: Mart*

Teheran, 1953. Quattro donne in fuga dalla sopraffazione, dalla violenza, dallo stupro e da soprusi che costringono al suicidio, in un paese che sta drammaticamente chiudendo il suo breve sogno democratico di libertà e uguaglianza. Siamo nell’anno della caduta del Primo Ministro Mohammad Mossadeq, leader del Fronte Nazionale iraniano, che dopo aver nazionalizzato l’Anglo-Iranian Oil Company si attirò le inimicizie degli Alleati. La risposta anglo-americana è di quelle che hanno fatto scuola: golpe militare e restaurazione della monarchia dello Scià Reza Pahlavi. Questo il contesto del debutto alla regia di Shirin Neshat, che porta sul grande schermo con surrealismo e magia il romanzo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini. Ogni scena è insieme racconto e metafora, ogni personaggio incarna l’oppressione (militare, religiosa, politica e sociale) delle donne e di un’intera società. Ogni scelta espressiva rinforza il realismo magico di un film che rievoca un mondo e un’epoca vicini e insieme dimenticati, evitando tutte le convenzioni del cinema storico a favore di uno sguardo, uno stile, una logica narrativa differenti (splendida la fotografia dell’austriaco Martin Gschlacht).

Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin sono quattro donne di età ed estrazione sociale differenti, ma la loro vita è allo stesso modo chiusa in un cerchio, limitato dagli uomini e dai loro sguardi. Munis è reclusa dal fratello tra le quattro mura di casa, ma ascolta la radio, vuole leggere, capire il suo tempo ed esserne partecipe attiva. Soffocata nella sua passione politica, donna d’azione, Munis preferisce la morte alla reclusione. Si suicida, ma percorre tutto il film come uno fantasma, meglio, uno spirito guida, testimone dei profondi cambiamenti politici e sociali del suo paese. Faezeh è la sua migliore amica di Munis, ma i suoi valori e il suo stile di vita sono opposti. Assuefatta alla sua condizione di subalternità civile e sociale, rappresenta l’ideale della donna musulmana, ma uno stupro cambierà la sua vita. Poi c’è Kakhiri, una signora dell’alta borghesia, un’artista che ha rinunciato al vero amore per sposare agiatezza e comodità, al prezzo però di una vita senza amore, segnata dall’insoddisfazione e dalla frustrazione. Anche Kakhiri però arriva ad un punto di rottura: abbandona il suo ottuso marito per rifugiarsi in una casa fuori città immersa nella natura. Ma il personaggio centrale del film – credo – sia invece quello di Zarin: incarnazione dell’Iran, è una puttana che non riconosce più il volto dei suoi clienti (che, nel movimento metaforico di umanizzazione dell’Iran attraverso questo personaggio, potrebbero rappresentare gli Alleati). Sofferente, triste, magrissima, cerca di rimediare al suo dolore e al suo malessere con una lavanda che si fa invece scarnificazione. Allo stremo, la vediamo incamminarsi per la città, alla ricerca del popolo iraniano. Incontra un gruppo di donne. Piangono. Chiuse nel loro dolore, non badano a Zarin. Subito dopo, incontra un gruppo di uomini in preghiera, chini sulle ginocchia, allineati, sembrano già soldati schierati pronti alla battaglia. Zarin-Iran scappa impaurita, fino a quando non trova una fonte (l’acqua, la vita, la speranza). E’ la sorgente dello stagno di quel giardino che sarà rifugio per tutte e quattro le protagoniste. In un modo o nell’altro, si ritrovano tutte in questo luogo incantato, cariche dei dolori, delle privazioni e delle sofferenze del mondo maschilista e violento da cui provengono. Qui cercano la salvezza, qui trovano un rifugio, uno spazio di libertà in cui ritrovare sé stesse, curarsi, scoprirsi e accudirsi. Gli spazi di questo luogo sono infiniti, orizzonti interminabili, ma fatti anche di foreste labirintiche, metafora dell’ignoto che una libertà cercata, voluta e conquistata porta comunque sempre con sé. 

Ed è in questo giardino che avviene l’evento centrale del film (ed anche qui, è chiaro il richiamo alla storia dell’Iran di quegli anni). L’evento è un passaggio generazionale: la giovane Faezeh, ormai emancipata e consapevole dei propri diritti di donna e di cittadina iraniana, accudisce Zarin-Iran morente. Sono gli ultimi atti di vita della ex-prostituta e gli ultimi attimi di vita della breve stagione democratica del paese. Kakhiri, simbolo delle donne iraniane degli anni Trenta che hanno assistito ai mutamenti geopolitici dei primi del Novecento senza forse comprenderli fino in fondo, abbandona le due ragazze (la nuova generazione di donne iraniane e l’Iran) preferendo la compagnia dei vecchi amici, già ossequiosi nei confronti dei nuovi poteri golpisti. Dunque Zarin-Iran muore, lasciando sola Fazeh. Ma la giovane è ormai forte, coraggiosa. Decide di abbandonare il rifugio-giardino per uscire di nuovo nel mondo. La vediamo incamminarsi decisa verso Teheran, lasciando Kahiri in lacrime. Il suo tempo è ormai finito, la sua occasione per essere partecipe del cambiamento è ormai passata. Il testimone della Storia è passato a Fazeh, che senza velo, consapevole di sé, della propria forza e della propria libertà, si avvia con decisione incontro alla città in subbuglio.

Il film mi ha fatto riflettere sul nostro paese. Credo purtroppo che in Italia un passaggio generazionale – soprattutto sulla questione di genere – non ci sia stato. Qualcosa si è perduto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Profondi mutamenti sociali, politici ed economici che hanno investito l’Italia (forse ancora troppo succube e satellite di equilibri geopolitici mondiali “altri”) non sono forse stati capiti e governati adeguatamente. La Storia aiuta a capire dove e come il testimone s’è perduto. Ma l’azione non può più aspettare. Rinunciare a riprenderci ciò che ci spetta, con tutti gli strumenti che oggi la rivoluzione tecnologica globale ci ha dato, sarebbe immorale e non solo nei nostri confronti, ma soprattutto nei confronti delle generazioni future. La situazione italiana non è forse paragonabile a quella iraniana, ma certo occorrerebbe prendere esempio recuperando uno spirito e una volontà di cambiamento che oggi le donne iraniane incarnano con il Movimento Verde (per maggiori info il blog amicidelliran). Le condanne a morte, la privazione dei diritti, le incarcerazioni non appartengono al nostro paese. Ma abbiamo anche perso la capacità di indignarci agli attacchi impliciti, alle offese e a una concezione di subalternità della donna diffusa non solo tra gli uomini, ma anche tra le donne italiane.

[Mart*]

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La fecondazione assistita è un diritto!

Posted by vacrigistina su 8 aprile 2010

Vietare in assoluto la fecondazione eterologa lede i diritti umani  espressi nella Convenzione Europea, ed in particolare contrastata con il diritto alla vita familiare e con il principio di non discriminazione. La Corte di Strasburgo si è pronunciata con una sentenza del 1 aprile, in seguito alle istanze presentate da due  coppie eterosessuali non fertili austriache, e ha condannato l’Austria stabilendo il precedente a cui ricorrere per casi analoghi anche in altri paesi Europei. La legge austriaca, come quella italiana, vieta in assoluto la fecondazione eterologa in vitro, permettendo soltanto quella omologa. Proprio questa differenza secondo la Corte di fatto rappresenta una discriminazione per alcune coppie che si trovano nella stessa situazione di infertilità di altre ma che non possono ricorrere al metodo della fecondazione. Secondo la sentenza quindi una volta che un Paese prevede la possibilità della fecondazione omologa, deve consentire anche quella eterologa. La Corte di Strasburgo ha inoltre sottolineato che sarebbe auspicabile  un approccio unitario sulla fecondazione assistita in Europa – nel rispetto dell’autonomia dei paesi membri –  che garantisca un’uniformità nei vari stati. La Corte Europea  si è pronunciata contro le giustificazioni etiche e quelle basate sul pericolo della pratica di selezione riproduttiva. Pericolo paventato anche nel nostro paese e usato anche per negare il diritto alle coppie fertili di ricorrere alla pratica di fecondazione assistita anche nei casi in cui uno od entrambi i genitori siano portatori sani o malati  di malattie genetiche   (divieto stabilito dalla legge 40 del 2000). Il pericolo della selezione riproduttiva o di eugenetica, sostenuto dalla sottosegretaria al Ministero della Salute in un’intervista a Report a supporto del divieto stabilito dalla legge italiana, secondo la Corte, in relazione alla fecondazione eterologa, che può esser tranquillamente evitato attraverso l’applicazione di alcune misure utili, non rappresenta una causa sufficiente per proibire una specifica tecnica di procreazione in modo assoluto.

In merito al divieto di ricorrere alla fecondazione assistita per le coppie fertili, nel nostro paese si sono pronunciati alcuni tribunali regionali, il Tribunale di Cagliari e quello Salerno, pronunciandosi a favore delle coppie che avevano presentato ricorso, stabilendo anche qui un precedente a cui altre coppie potrebbero ricorrere. Il diritto a scegliere liberamente di avere una figlia o di fare in modo che la figlia non sia malata di una grave malattia, in molti casi mortale, viene quindi stabilito nelle aule di tribunali piuttosto che nei parlamenti, e quindi anche se in controtendenza, mi viene proprio da pensare “per fortuna ci sono i giudici!”, anche se qualcuno che la pensa proprio al contrario.

Intanto diamo finalmente il benvenuto alla pillola abortiva RU486 in Puglia, nella speranza che anche nelle altre regioni sia presto riconosciuta la possibilità alle donne di interrompere volontariamente la gravidanza senza intervento chirurgico, e sia soprattutto riconosciuta la loro intelligenza e libertà di scegliere con consapevolezza e nel rispetto delle loro dignità e salute.

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La cellulite non è una malattia

Posted by vacrigistina su 4 aprile 2010

Si avvicina l’estate, e verrebbe da dire finalmente. Ma a rovinare l’entusiasmo per l’arrivo della bella stagione, arrivano, come ogni anno le pubblicità che con toni sempre più minacciosi, creano un’ansia da “prestazione estetica”. La prova bikini sempre in agguato per mettere in crisi alcune donne, prova che sembra sempre più importante, più difficile da superare di una discussione di laurea o di un colloquio di lavoro. Una prova che richiede impegno, sacrificio e soprattutto soldi per essere superata a pieni voti. Essere insomma una donna oggetto, abbastanza gradevole da essere guardata e desiderata richiede lavoro. E mica tutte riescono ad essere all’altezza di una copertina da rivista pornografica. Ma per fortuna esistono i prodotti cosmetici che come per magia possono renderci tutte “conigliette”, sode e sexy prima di giugno. E a chi non interessa, a chi preferisce spendere i propri soldi e il proprio tempo per godersi in vari modi la propria vita piuttosto che dedicarsi a scolpire culi di marmo, deve comunque subire cartelli pubblicitari fuori dalle farmacie (avete presente quei cartoni a dimensioni naturali che mostrano schiene e culi perfetti di donne senza volto, che stanno per strada fuori dalla farmacie?Altro che Playboy e Tinto Brass) spot televisivi, pubblicità su riviste e quotidiani cartacei e on line. E guai a pensare che c’è tempo per diventare belle barbie prima dell’estate. Per combattare per esempio, quel fastidiosissimo problema della cellulite (che pare affliga noi ragazze più della precarietà, delle bollette e dell’affitto da pagare, del contratto a scadenza ravvicinata, dello studio, della mancanza di asili nido, del declino indecoroso di questa democrazia e del paese, che crei più danni della candida o del papilloma virus) è necessario prepararsi per tempo. Un problema così importante non va sottovalutato, insomma non stiamo parlando di politica o di economia, siamo parlando di culi lisci e sodi, è un tema che richiede attenzione. Menomale che ci sono pubblicità, siti, riviste che ce lo ricordano. Come per esempio la nuova pubblicità di Somatoline, che infatti apre con una frase pronunciata da una voce maschile in tono serio e drammatico “La cellulite è una malattia”.

Ecco, lasciamo perdere per un attimo il sarcarsmo, che inevitabilmente emerge quando mi trovo a dover immaginare migliaia di donne che nonostante la crisi, spendono soldi per il loro culo, e passano ore a spalmarsi cremette. Diventiamo serie e affrontiamo il tema cellulite e la nuova pubblicità segnalata.

Come si può immaginare la cellulite in passato non era considerata un problema anti-estetico, ma al contrario donne grasse e piene di cellulite erano considerate attraenti e nello stesso tempo immagine di salute e prosperità. A partire più o meno dagli anni ’60 si comincia a parlare di cellulite, e nella nostra attuale società, così influenzata nel gusto dalla moda, e dominata da un nuovo sillogismo “magrezza=salute”, anche la cellulite inizia ad essere vista come un problema, inizialmente soltanto estetico, e adesso anche medico. Ecco allora un altro nuovo sillogismo “assenza di cellulite=salute”. E la nuova pubblictà ne è un segnale molto esplicito. La nostra società ha quindi medicalizzato la cellulite, trasformandola cioè da evento fisiologico in malattia. Si usa sempre di più il nome scientifico, panniculopatia edemato-fibro-sclerotica, che le dà autorevolezza a questa “malattia” e allo stesso tempo spaventa le donne. Bene. Sappiamo adesso che siamo tutte malate di panniculopatia edemato-fibro-sclerotica. Ma anche se questa malattia esiste, siamo sicure che siano i buchetti che ci vediamo sul culo e le coscie? Siamo sicure che la malattia sia quella “buccia di arancia” con cui ci tormentano? E’ questa la malattia? E se si, come curarla? Con le creme tanto pubblicizzate? E no. E a dire no, è stato l’Istituto Superiore della Sanità che collaborando con l’Autorità garante per le comunicazioni, hanno denunciato diverse pubblicità ingannevoli. In una relazione dell’ISS del 2001 su “Cosmetici: salute e qualità della vita” si legge: “si è sottolineato la netta separazione che sussiste tra prodotti cosmetici e prodotti che possono vantare proprietà terapeutiche, l’Autorità ha rilevato l’ingannevolezza dei messaggi laddove nel promuovere un prodotto cosmetico affermavano o lasciavano intendere che lo stesso potesse avere un’efficacia terapeutica nei confronti di determinate patologie, in realtà non ascrivibile ai prodotti cosmetici e non suffragata da alcun riscontro scientifico. Numerose pronunce hanno riguardato in particolare messaggi relativi a prodotti anticellulite per uso topico, che attribuivano al prodotto pubblicizzato la proprietà di eliminare in via definitiva o contrastare efficacemente la cellulite, suffragando quanto affermato relativamente all’efficacia del prodotto con il riferimento a specifici principi attivi in esso contenuti e ai risultati di studi e sperimentazioni condotte sul prodotto. Con riguardo a tali messaggi si è affermato il principio che la cellulite, in quanto manifestazione lipidistrofica, la cui genesi multifattoriale è estremamente complessa, richieda un approccio terapeutico che non può ssere assicurato da un trattamento cosmetico che, per sua natura, non è in grado di agire sulle cause all’origine di tale patologia, potendo esclusivamente esplicare un’azione benefica in relazione ad alcune sue manifestazioni quali, ad esempio, l’accumulo adiposo localizzato.”

L’Agcom ha infatti sanzionato molte aziende per pubblicità su prodotti cosmetici anti-cellulite (come per quelli trattamenti dimagranti) a contenuto ingannevole e che tra l’altro omettevano i possibili rischi connessi all’ulitizzo del prodotto. Ma forse certe lezioni non si imparano mai. E neanche le donne, riescono ad impare una lezione semplice e facilissima: vedere nella cellulite una malattia, o anche semplicemente un fastidioso problema estetico, conviene alle aziende che producono cosmetici, agli istituti di bellezza e di benessere, ai chirurghi estetici. Conviene perchè redditizzo. L’obiettivo di queste aziende non è “curarvi” ne tanto meno insegnarvi ad amarvi o ad essere serene, o a godervi il mare, l’estate e la vita, il loro obiettivo è fare profitto. Non fatevi fregare, e invece di spendere soldi per creme inutili per cercare di diventare donne oggetto e raggiungere obiettivi irrangiungibili, date quei soldi a qualche associazione di donne, date i soldi a qualche collettivo femminista. Loro si, che lavorano per le donne, e anche se non vi elimineranno la buccia di arancia, con molta più probabilità vi aiuteranno ad essere felici.

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Donne, tecnologia e trasparenza

Posted by vacrigistina su 4 aprile 2010

Sul sito Global Voices un breve post dedicato ad alcune donne di varie parti del mondo che utilizzano le nuove  tecnologie con l’obiettivo di rendere i governi più trasparenti.

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Le conseguenze dello tsunami

Posted by vacrigistina su 1 aprile 2010

Martedì, ho scritto in merito a quella che è stata definita la vittoria della Lega Nord, o meglio come ha titolato il quotidiano LaPadania lo “Tsunami leghista”, esprimendo le mie preoccupazioni per la crescita di un partito xenofobo e maschilista, portatore di istanze retrograde e in contrasto a con il progresso culturale e civile di un paese, come per esempio la castrazione chimica. Ecco che a distanza di due giorni, i primi danni creati da questo tsunami: la presa di posizione contro la diffusione della pillola RU486 in due regioni che si sono colorate di verde, il Veneto e il Piemonte. I due gladiatori leghisti hanno già espresso la loro opinione e la loro scelta: far rimanere le pillole nel magazzino (evviva lo spreco economico!). Cota ha inoltre espresso la volontà di garantire la presenza in tutte le strutture sanitarie, delle associazioni pro vita, proposta non particolarmente innovativa, dato che la possibilità è garantita (io aggiungo purtroppo) dalla legge 194/78, e infatti i volontari di questi movimenti li troviamo nei consultori e anche negli ospedali, e forse anche poco utile, considerando i problemi della sanità che dovrebbero essere risolti o le possibili richieste per migliorare il servizio sanitario e la ricerca. I governatori comunque non possono bloccare l’uso della pillola RU486, che risponde alle indicazioni europee e che è stato, anche se con alcune differenze, approvato dall’Aifa, ma hanno soltanto la possibilità di scegliere con quale modalità renderla disponibile. Come ho già scritto in un recente articolo, in Italia è previsto il ricovero ospedaliero, le Regioni possono scegliere se prevedere un ricovero in day hospital (come per l’intervento chirurgico) o un ricovero di più giorni (modalità che non serve a tutelare la salute della donna, quanto piuttosto a rendere più difficile l’interruzione volontaria della gravidanza). Probabilmente Zaia e Cota propenderanno per questa modalità, ma intanto si proclamano garanti della vita e dei valori etici, si prendono gli applausi di esponenti della chiesa cattolica e qualche tardivo tenue attacco da parte di esponenti del Pd. Chissà cosa ne pensano le donne che li hanno votati. Magari condividono la loro opinione e anzi hanno seguito le raccomandazioni del discorso di Bagnasco e hanno votato questi personaggi proprio perchè a favore della vita (ma si erano davvero pronunciati in tal senso prima del voto?E se si, quante volte?). Magari non si pongono neanche il problema. Magari non sono state sufficientemente informate. Magari non ci hanno pensato al momento del voto, prese da altri temi. Non voglio certo sostenere che la possibilità di interrompere una gravidanza senza ricorrere all’invasivo intervento chirurgico sia più importante di altre questioni, come per esempio l’occupazione o il sostegno all’economia, temi che a quanto pare hanno apportato voti alla Lega, ma le opinioni espresse dai neo-eletti sono sicuramente rappresentative della politica che porta avanti questo partito che esce vittorioso dalle elezioni. Una politica che a me spaventa un pò, anche se non vivo in quelle regioni. Intanto ricordiamo a Cota e Zaia che la legge 194/78 stabilisce che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, (e non con i movimenti pro vita) promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie […]sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità̀ fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Sono stati appena eletti, prima di dichiarare di non volere rispettare o aggirare la legge, perlomeno potrebbero aspettare almeno un mese. Ma si sa, gli allievi superano sempre i maestri.

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