Vacrigistina's Blog

media, comunicazione, società e politica secondo la mia prospettiva di genere

Archive for marzo 2010

Webalfemmile…

Posted by vacrigistina su 31 marzo 2010

Intanto pubblicizzo sperando di stimolare la curiosità e i commenti, posticipando a quando avrò più tempo la mia rilfessione in merito.

Fonte ForumPA

Parte oggi la terza edizione di webalfemminile.it, la kermesse digitale di futuro@lfemminile, il progetto di responsabilità sociale di Microsoft in collaborazione con Acer e Reply dedicato alle donne.

Quest’anno l’obiettivo dell’iniziativa è quello di tracciare un ritratto della donna del 2010, per riflettere su come è cambiata dall’inizio del millennio: cos’ha guadagnato, cos’ha perso, quali sono le sue ambizioni, le sue paure, etc.

Come? Attraverso video, interviste, docufiction, indagini, più di 100 videoquiz e molto altro… All’iniziativa hanno collaborato giornalisti, sociologi, politici, medici, esperti di nuove tecnologie, ma anche vip, attori, cantanti, sportivi, che hanno offerto il proprio contributo per tracciare il profilo dell’universo femminile del nuovo millennio e per prevederne l’evoluzione futura.

[….]

Per saperne di più dal  31 marzo visita il sito

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Cresce la Lega Nord, cresce l’indifferenza verso le donne

Posted by vacrigistina su 30 marzo 2010

Non vorrei scivolare nella riflessione sui risultati elettorali delle candidate, perché in merito avevo già scritto e poco cambia adesso con i primi risultati elettorali. Qualcosa di più significativo potrà esser detto con una valutazione delle politiche che verranno attuate e con l’auspicabile lettura di genere della partecipazione politica alle elezioni. La vittoria della Polverini conferma quello che molte di noi già sanno: le battaglie per i diritti delle donne sono considerate sempre secondarie alle logiche di partito o a false differenze sui temi economici. Quelle battaglie che la Bonino, più sicuramente della Polverini, ha portato avanti non hanno acquisito un rilievo tale da far acquisire la fiducia delle elettrici verso chi ha sempre preso una posizione chiara e decisa su alcune tematiche che ci riguardano da vicino. Non so se è giusto che sia così, ma questo è successo.

Comunque piuttosto che soffermarmi su questo aspetto, vorrei aprire una riflessione su quella che è stata definita una vittoria della Lega Nord a queste elezioni regionali. Tralasciamo la lettura precisa dei dati che potrebbe rilevare se effettivamente questa interpretazione è quella più giusta,e prendiamo per buona la vittoria della Lega. Ecco questa vittoria è una sconfitta delle donne e della loro partecipazione attiva alla politica.

E si, arrendiamoci al successo politico del movimento per l’indipendenza della padania (tra i commenti che ho sentito ieri sera non ce n’era neppure uno allarmato dalla deriva xenofoba di questo paese, perché va bene il territorio va bene la vicinanza alle persone e ai problemi dei lavoratori, ma la lega nord è un partito razzista, o almeno è un partito pieno di esponenti razzisti e quindi le cose sono due: o le persone stanno diventando sempre più razziste o semplicemente sono completamente indifferenti verso la situazione dei migranti e dei richiedenti asilo e degli immigrati che vivono in Italia, difficile dire cosa sia meglio).

Se ha vinto il partito del “ce l’ho duro” e del concorso “Miss Padania”, un partito senza donne candidate a posizioni importanti ha vinto anche grazie i voti delle donne. Questo significa che l’attenzione delle donne è rivolta altrove. In realtà all’interno del movimento leghista è presa in considerazione la “prospettiva femminile”.

Esiste infatti all’interno della Lega Nord, un Gruppo politico femminile,che assomiglia poco però ai gruppi femministi che un tempo si formavano all’interno dei partiti, ma che vede le donne come gruppo a parte all’interno di un movimento politico, alla pari dei giovani, e che invece di rendere trasversale la tematica di genere in linea con i cambiamenti a livello europeo, non fa che ghettizzare la voce e il raggio di azione delle militanti. Al di fuori di questo gruppo, come si pone il partito leghista nei confronti della partecipazione delle donne alla vita politica e sociale del paese? si pone il problema di rimuovere gli ostacoli che limitano la vita delle donne nei vari aspetti sociali ed economici? A me non risulta, ma vorrei tanto sbagliarmi.

Ma torniamo al gruppo politico femminile. Come slogan, il gruppo ha ripreso una frase di Papa Benedetto XVI (in barba a tutte le frasi belle e significative che hanno detto e scritto le donne!).

Ecco i primi principi del gruppo: sviluppare e promuovere l’identità della donna nella cultura occidentale – trasmettere i valori legati alla tradizione e all’amore per la propria terra – tutelare la famiglia naturale e gli interessi famigliari, morali, economici e politici della donna. Nelle posizioni successive vengono la tutela della salute della donna, il contrasto alla violenza di genere, la promozione della parità nel mondo del lavoro, l’implementazione dei servizi per l’infanzia. Il GPF ha creato anche uno sportello Famiglia, che (come si legge sul sito) “Con il motto “Ogni famiglia è un’azienda”, lo sportello offrirà consulenza in questi ambiti: salute, psicologia, alimentazione, pensioni e fiscalità, legale e condominiale”.

Le attività del gruppo si concentrano sulla violenza di genere e gli stupri, promuovendo soluzioni come la castrazione chimica e l’inasprimento delle pene (Organizzano anche un “Women’s day” dedicato alla sensibilizzazione sulla violenza di genere, ma ovviamente la prospettiva è quella della difesa della donna padana, madre e moglie).

Grande attenzione poi alle violenze verso delle donne fatte da “extracomunitari”, e questo è pericoloso, non solo perché in contrasto con i dati che mostrano che la violenza di genere è perpetrata soprattutto all’interno delle famiglie da parte di italiani, ma perché può portare ad una visione etnica della violenza sulle donne, che invece come sappiamo non ha patria. L’opposizione a pratiche di mutilazioni genitali femminili, che sappiamo esser diffuse soprattutto in alcune culture e paesi, non può in questo caso esser valutata positivamente perché viene strumentalizzata dalla visione di chi per cultura e religione si sente superiore, viene strumentalizzata contro i migranti piuttosto che muoversi realmente a favore delle donne che subiscono torture e crimini di questo tipo. Manca una cultura del rispetto dell’altro da cui possa muoversi un discorso sinceramente critico verso certi crimini che vengono fatti in determinati paesi e le conseguenti azioni da promuovere a tutela delle donne. Si parla soprattutto di necessità di sicurezza, come se aumentare i poliziotti e le ronde possa risolvere i problemi culturali di un paese sessista e maschilista. Ma questo già si sapeva. Come io sapevo di poter trovare poco in comune con un gruppo che ha una certa visone della donna. Resta però il fatto che questa visione sta vincendo, ( a livello regionale e nazionale) e noi donne che riflettiamo su come allargare la cittadinanza attiva delle donne per creare società più giuste, su come rimuovere gli stereotipi, su come contrastare la mercificazione delle donne e un linguaggio discriminatorio, siamo chiamate a riflettere adesso sul perché le donne scelgano la Lega Nord. Probabilmente perché non c’è sul loro territorio un’alternativa femminile credibile su ciò che riguarda direttamente le donne, probabilmente perché nessun partito mette come primo punto del suo programma la parità tra uomo e donna, o più probabilmente perché c’è una visione distorta delle tematiche di genere e dei diritti delle donne. O ancora più probabilmente perché l’indifferenza verso certi temi è ancora troppo grande. Da questo forse dovrebbero partire quei partiti che vogliono davvero cambiare per promuovere un cambiamento politico e sociale, ma da questo dovremmo partire anche noi donne che tanto ci dedichiamo alla diffusione di una cultura di genere in questo paese. Credo che sia davvero necessario sviluppare una riflessione di genere, sull’ampliamento dei consensi ottenuti dalla lega Nord, e ancora più necessario è creare consapevolezza tra le donne per stimolare una presa di coscienza che incida sul voto, e che lo trasformi in un “voto in ottica di genere”. Resta il problema della rappresentanza (reale) di genere, per la quale poi spendere questo voto.

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Rai per una notte: una prospettiva di genere della serata

Posted by vacrigistina su 26 marzo 2010

Bell’evento, quello di ieri sera. Non ero in piazza, ma anche da casa ho percepito l’energia positiva. E’ bello vedere che le persone, di fronte al pericolo della censura e all’attacco al diritto di espressione e informazione (attivo e passivo), reagiscono. Vedremo che succederà. Ovviamente possono esser sollevate alcune critiche e possono nascere alcune perplessità sull’organizzazione e sui propositi, ma fa bene sentire parole come quelle pronunciate da Milena Gabanelli (che probabilmente ha fatto il discorso più bello), a Gad Lerner e a Barbara Serra (che ci ha ricordato i principi del giornalismo anglosassone e la differenza tra la televisione pubblica inglese e quella italiana), Mario Monicelli. Come fa bene leggere che Vittorio Feltri è stato sospeso dall’Ordine dei giornalisti (ma nonostante questo sono a favore dell’abolizione dell’ordine).

Una cosa nella serata mi ha colipto più di tutte: le lavoratrici intervistate. E’ stato infatti dedicato un spazio (molto piccolo) a tre realtà del mondo del lavoro, e a parlarne sono state tre donne. La storia della fabbrica dell’Omsa (dove lavorano 320 operaie sul totale di 400 dipendenti), della Renopress di Faenza e dell’ISPRA. Storie di cassaintegrazione, di delocalizzazione delle fabbriche, di precariato e di tagli alla ricerca. Tre donne della nostra realtà, di quella che troppo spesso viene dimenticata dai media, di quella realtà che viene continuamente manipolata dalla tv con la sua operazione di vetrinizzazione sociale e mercificazione del corpo delle donne. E’ stato proprio bello vedere che a rappresentare il mondo del lavoro ci fossero donne. Ed è probilmente la cosa che più mi è piaciuta.

Mi è piaciuta molto meno, la metafora usata da Luttazzi per “descrivere” la situazione dell’Italia. Ho un’idea molto alta della satira, anzi adoro la satira (sarà anche perchè sono nata nella città del Vernacoliere), e credo che il diritto di satira sia sempre e comunque da difendere. E più è pesante e più mi piace, la satira. Ma come percepisco e conseguentemente critico il sessismo della pubblicità, della tv, dei media, del linguaggio in generale, ecc., lo faccio anche per la satira. Forse sbaglio. Non so, ma da donna sentirmi paragonata al “servilismo di alcuni giornali”, sentirmi paragonata a Minzolini, non è proprio piacevole. E neppure divertente. A me piace molto Luttazzi e approvo il suo modo di far satira. Forse sarebbe bastata una parola per spiegare bene che non si voleva offendere le donne, e che poi alla fine il sesso anale passivo è bisex. Ma quella frase non c’è stata. C’è ne sono state purtroppo altre per descrivere il comportamento sessuale della donna: servile, sottomesso, una resistenza falsa che viene poi abbandonata per raggiungere l’orgasmo da sottomissione. Non è tanto la metafora del sesso anale doloroso e spiacevole, che ci può anche stare. E’ stata l’associazione atteggiamento sessuale della donna (secondo Luttazzi ovviamente) all’atteggiamento passivo, mediocre e servile degli italiani e delle italiane, che anche se cercano falsamente e lievemente di resistere poi si lasciano prendere e alla fin fine li piace pure. Mi dispiace Luttazzi ma hai proprio scelto una metafora infelice, perchè sessista. E il sessimo anche nella satira, fà schifo, fa arrabbiare e non fa ridere.

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Procreazione medicalmente assistita domenica su Report

Posted by vacrigistina su 25 marzo 2010

 Domenica 28 marzo Report (Raitre ore 21.30) affronta il tema della procreazione medicalmente assistita, della mancanza di una politica capace di regolarizzare le tecniche della procreazione assistita e di chi su questa mancanza ci specula sopra. Si parlerà anche della recente sentenza del tribunale Salerno che ha permesso ad una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria, di accedere alla PMA con diagnosi genetica preimpianto.

Dedicato al tema il film Google Baby, di Zippi Brand Frank, premiato come Miglior film al DocAviv Festival di Tel Aviv nel 2009. Nel film si mostrano i meccanismi di quella che sta diventanto una vera e propria industria , globalizzata e delocalizzata, attraversando tre nazioni – Stati Uniti, Israele, India: spermatozoi selezionati in Israele, ovuli acquistati online e fecondati nei laboratori americani, uteri affittati in India.

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Basta con la politica-spettacolo

Posted by vacrigistina su 25 marzo 2010

 Non si può certo elogiare la scelta di un ex show girl diventata ministra di cantare e ballare ad un comizio. Insomma non mi sembra una buona scelta. Almeno che non si ricerchi la visibilità ad ogni costo, e si preferisca il semplice apparire ai contenuti di un discorso politico. Se la Carfagna voleva che si parlasse non di quello che ha detto ma di quello che ha cantato, allora ha fatto bene a fare quello che ha fatto. In caso contrario probabilmente non ha pensato a come sarebbe stata facile e scontata l’associazione ministra-show girl. E infatti questa notizia è stata ripresa un po’ da tutti in rete, e per quanto non approvi il comportamento della Ministra, vorrei sottolineare che anche in questo caso, forse il fatto di esser donna (più che ex show girl) ha spinto a evidenziare il suo spettacolo canoro e danzante. Mettiamo subito le mani avanti quindi cercando di far rientrare questa scelta politica della Ministra, nello stile politico del suo partito e nella più generale spettacolarizzazione della politica nel nostro Paese. Non voglio difendere la ministra Carfagna ma vorrei sottolineare il solito sessismo con cui si diffondono certe notizie. Come non voglio difendere le veline che entrano in politica (anzi sono contraria all’ormai diffusa idea di non poter critica la loro presenza nella politica per non cadere nel falso problema della dicotomia bellezza-capacità/intelligenza), ma vorrei ricordare che come ci sono le donne dello spettacolo, tra i candidati e i parlamentari ci sono anche gli uomini delle spettacolo. E le critiche che vengono mosse ad una Alba Parietti devono esser mosse anche ad un Luca Barbareschi E se pubblicizziamo tanto il video della Carfagna che canta in napoletano, avremmo dovuto farlo anche con il video di Bersani che canta “Vagabondo” per esempio. Comunque non fa certo piacere vedere la Ministra delle Pari Opportunità cantare e ballare ad un comizio. Come non fa piacere non sentire neppure una parola della Ministra in risposta all’attacco dei vescovi alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Come non fa piacere neppure vedere a Linea Notte, Livia Turco che urla di rabbia, e la Santanchè dicendo la solita frase berlusconiana “siamo il partito dei fatti” ride, senza muovere la bocca a causa del botulino. Ma in proposito rimando al post che avevo scritto qualche tempo fa. Dispiace molto vedere che alcune donne  scelgono di riprendere il linguaggio e lo stile politico ormai consolidato, invece di proporne uno nuovo, insieme a nuovi contenuti che, da donna e femminista, mi aspetto dalla candidate e dalle elette.

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Aung San Suu Kyi: boicottare le elezioni

Posted by vacrigistina su 24 marzo 2010

Fonte: Internazionale

La leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, attualmente agli arresti domiciliari, ha chiesto al suo partito di boicottare le elezioni. Aung San Suu Kyi ha dichiarato che la Lega nazionale per la democrazia perderebbe la propria dignità se partecipasse alle elezioni, dopo che la giunta militare birmana il 9 marzo ha approvato una nuova legge elettorale che stabilisce che i partiti non possono iscriversi alle elezioni se al loro interno hanno membri che stanno scontando delle condanne.

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Votate per chi si pronuncia a favore della vita

Posted by vacrigistina su 24 marzo 2010

A quale vita mi sto riferendo? Alla vita serena di tutte le bambine e i bambini del mondo, a quelli senza genitori che potrebbero avere una famiglia o anche un unico genitore se si semplificassero le pratiche di adozione, alla vita serena dei bambini/e che vengono abusati o trattati come merce, alla vita delle coppie di gay e lesbiche che si vedono negato il diritto ad amarsi, alla vita delle coppie eterosessuali che si amano pur non sposandosi, alla vita di alcune coppie che vorrebbero avere figli/e attraverso la fecondazione assistita, alla vita delle persone che vivono liberamente la loro esistenza, alla vita dei malati che potrebbero curarsi con la ricerca sulle staminali. Penso alla vita delle migranti e dei migranti di e in tutti i luoghi. Alla vita delle precarie e dei precari che non vedono prospettive in questo paese, alla vita delle disoccupate e dei disoccupati, alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici che lavorano senza sicurezza rischiando di morire o di ammalarsi, alla vita di chi non ha reddito e non può lavorare, alla vita di chi è malato ma non hai i soldi per curarsi o non trova una struttura decente dove farlo. Alla vita dei disabili, alla vita degli studenti universitari che pagano prezzi assurdi per una stanza, agli alunni che  assistono al declino della scuola e al crollo delle scuole. Penso alla vita delle donne.
Queste sono le vite da tutelare, da aiutare e soprattutto da rispettare. Almeno per me che sono atea. E i partiti che lo fanno sono quelli che meritano il mio voto.

Ma veniamo all’argomento di questo articolo, che probabilmente, è stato già intuito: la prolusione del cardinale Bagnasco. Me la sono letta, e quindi vorrei esprimere una mia opinione.
Si parla di molte cose in quel documento, oltre a quelle sottolineate dai media. Si trattano argomenti, quali le catastrofi naturali (il terremoto di Haiti, del Cile e dell’ Abruzzo), che pur essendo imponderabili non devono lasciarci “sedurre dall’illusione di poter vivere senza dio”, ai problemi dei migranti (Rosarno, via Padova) che richiedono “una fondamentale strategia di integrazione”, che richiedono un “monitoraggio urbano”, un’azione fatta “con determinazione e lungimiranza” tenendo sempre in mente “che nessuna persona ha il diritto di ritenersi superiore ad altre: gli immigrati sono donne e uomini come noi” (perchè ricordiamoci sempre che esiste un noi e un loro!). Si parla di lavoro, e di crisi economica. Il lavoro che è “bene per l’UOMO, per la famiglia e per la libertà, ed è fonte di libertà e di responsabilità” (probabilmente le donne sono considerate solo indirettamente nel concetto di famiglia perchè è lì che le donne devono concentrare le loro energie e le loro attività). Tutti questi argomenti vengono trattati con molta leggerezza e rapidità. Vengono pronunciate alcune frase ad effetto senza proposte serie per affrontare e risolvere i problemi. Insomma quello che più o meno potremmo dire al bar con le nostre amiche: la disoccupazione è brutta, le aziende che cercano solo il profitto sono cattive, migranti e italiani sono uguali nessuno è superiore.
Nel documento si dedica molto spazio soprattutto al ruolo dei preti e dei vescovi, alle loro difficoltà in questa società, ai loro possibili dubbi. Si sottolinea soprattutto il ruolo di educatori dei preti e si invitano ad una riflessione sulla loro vocazione a Dio. Si parla anche di politica “alta” e della necessità di recuperare il senso di quello che è pubblico, della necessità di “uscire dagli incatenamenti prodotti dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornoconto” (io avrei in mente a chi rivolgere questo consiglio?). Trapela anche un velato rimpianto per la Democrazia Cristiana: “Quella energia morale che avevamo dentro e che ha consentito ad una nazione, uscita dalla guerra in condizioni del tutto penose, di ritrovarsi in qualche decennio tra le prime al mondo (?), quella forza vitale che fine ha fatto?Perchè il vincolo che ci aveva legato nella stagione della ricostruzione post-bellica […] è sembrato da un certo punto in avanti non unirci più?

Si parla, poi, ovviamente di pedofilia e degli abusi sessuali compiuti su minori da ecclesiastici. Si parla di aborto. Ed eccoci al punto.

Ovviamente non sorprendono le opinioni espresse in questo testo. Sono le solite posizioni della Chiesa Cattolica, che da sempre ha svalutato le donne e le loro capacità.
Posizioni che non dovrebbero neanche interessarci, dato che siamo in uno stato laico. Uso il condizionale perchè, pur essendo il nostro stato laico, e anche se sono convinta che queste parole non spostino un voto (perchè credo che le italiane e gli italiani, nel bene e nel male, non siano poi molti interessati al tema dell’aborto), dobbiamo comunque intervenire sulle parole pronunciate, perchè ci offendono. Per l’ennesima volta ci offendono. E ci offendono ancora di più, quando vengono strumentalizzate a fini elettorali, dai partiti, quando il nostro corpo e la nostra libertà di scelta viene trattata come merce di scambio per un riequilibrio dei poteri tra Chiesa e Stato (credo che infatti il pronunciamento della chiesa cattolica su alcune tematiche non sia dovuto ad un interesse reale verso il “problema”, quanto piuttosto una pseudo-dimostrazione del potere per non perdere privilegi e per mantenere i corteggiamenti dei partiti). Quelle parole ci offendono ancora di più quando vengono amplificate dai media. Quei media che non danno spazio alle donne per rispondere. Per questo, anche se non mi interessa l’opinione della Chiesa cattolica, mi sento di dover rispondere in qualche modo a quelle parole.

Le donne non sono considerate nel documento, se non quando si parla di aborto. Ma non stupisce, la concezione e l’immagine della donna nella chiesa cattolica non è certo positiva: vergine, prostituta e peccatrice, strega. Dio “si è fatto uomo” e non donna. La donna ha come unico scopo quello della procreazione (principio che come ha sottolineato Galimberti contrasta con il principio base dell’etica kantiana “di non usare la persona come mezzo ma come fine”) e la cura della famiglia. Quindi non stupisce l’indifferenza verso i problemi delle donne, della violenza di genere, dei crimini verso le donne in molte parti del mondo. Non stupisce neanche che Bagnasco si rivolga ai preti, ai vescovi e non alle suore, che vengono completamente dimenticate.
Ma veniamo all’aborto. Per l’interruzione volontaria di gravidanza vengono usate le seguenti parole: delitto incommensurabile, ecatombe progressiva, dati agghiaccianti. Si usa un linguaggio e un tono stilistico grave, si lanciano accuse anche pesanti.
Mentre per gli abusi sessuali su minori (che vengono condannati) si usano le seguenti parole: fenomeno, crimine odioso, peccato scandalosamente grave, qualcosa di aberrante, tragedia, fatto non compatibile con la scelta di dio.
I sentimenti dei vescovi verso gli episodi di pedofilia sono: profondo dolore, insopprimibile senso di vergogna, rammarico, sgomento, senso di tradimento, rimorso.

Nel documento si usa sempre la parola aborto, e mai interruzione volontaria di gravidanza, espressione prevista dalla legge nazionale 194/78, mentre per quanto riguarda la pedofilia, tale espressione spesso è sostituita nel caso degli ecceclesiastici, da “abusi su minori”.
Le donne che scelgono di abortire sono ipocrite, privilegiate, persone che si ritengono per lo più evolute.
Gli ecclesiastici che hanno abusato dei bambini sono dei peccatori che tradiscono il patto di fiducia iscritto nel rapporto educativo, che dovrebbero riconoscere la colpa e sottomettersi “alle esigenze della giustizia”.
I dati relativi all’interruzione volontaria di gravidanza in Europa dell’istituto per le politiche familiari (viene da chiedersi perchè Bagnasco non ha citato i dati istat che mostrano un progressivo calo del numero di aborti in Italia) sono agghiaccianti. Il “fenomeno della pedofilia” è rilevato “ da varie parti, anche non cattoliche” (non si cita nessuna ricerca anche approssimativa e nessun dato) come “appaia tragicamente diffuso in diversi ambienti e in varie categorie di persone”.

Il discorso sulla pedofilia conduce ad una riflessione sull’esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico (?) e sull’edonismo a tutto campo, sul relativismo. Il discorso sull’aborto conduce alle elezioni politiche

Ma voglio riportare le frasi più offensive per noi donne riportate nella parte dedicata “alla vita”:

il delitto incommensurabile […] si può fare solo in forza di una tacita convenzione culturale che è abbastanza prossima alla ipocrisia

Nella mentalità di persone che si ritengono per lo più evolute si è insediato un singola ribaltamento di prospettive nei riguardi di situazioni e segmenti di vita poco appariscenti, quasi che l’esistenza dei già garantiti valga di più della vita degli invisibili.

L’aborto ha perso l’immagine di una pratica eccezionale e dolorosa per diventare un metodo normale di controllo delle nascite (forse Bagnasco si confonde con il gendercide in Cina o in India)

Nuovi metodi abortivi hanno come effetto quello di far scomparire l’aborto, agendo nel dubbio di una gravidanza in atto che la donna sarà così in grado di coprire meglio, rispetto agli altri ma rispetto anche a se stessa.

E così la «rivoluzione» iniziata negli anni Settanta per sottrarre l’aborto alla clandestinità, al pericolo per la salute delle donne, al loro isolamento sociale, si chiude tornando esattamente là dove era cominciata, con il risultato finora acquisito dell’invisibilità sociale della pratica, preludio di quella invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall’inizio della sua avventura umana. Domanda per nulla polemica: che cosa ci vorrà ancora per prendere atto che senza il principio fondativo della dignità intangibile di ogni pur iniziale vita umana, ogni scivolamento diviene a portata di mano?

Domanda per nulla polemica: che cosa ci vorrà ancora per prendere atto che senza il principio fondativo della dignità intangibile dei bambini e delle donne, ogni scivolamento (anche dei politici, degli ecclesiastici) diviene a portata di mano?

Detto questo, detto tutto.

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Premiato sito iraniano per i diritti delle donne e la libertà di parola

Posted by vacrigistina su 22 marzo 2010

Fonte GlobalVoices
Reporters Without Borders ha assegnato al sito-progetto iraniano a sostegno dei diritti delle donne We-change (link alla versione inglese del sito) il primo “Netizen Prize”, per il loro impegno nella difesa della libertà d’espressione online.

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Statistiche di genere: leggere le differenze per attuare politiche efficaci

Posted by vacrigistina su 19 marzo 2010

Ho più volte sottolineato quanto sia importante l’uso del linguaggio per la costruzione di una società meno discriminatoria; non meno importanti sono però anche i numeri, o meglio, i dati statistici. La rilevazione di alcuni fenomeni, la diffusione e la lettura di alcuni indicatori è infatti indispensabile per la comprensione della società, e delle differenze esistenti tra donne e uomini. Le statistiche di genere, sono indispensabili per attuare interventi e politiche adeuate alle esigenze delle donne, politiche che possano realmente migliorare la società e la vita delle cittadine. L’individuazione di indicatori adeguati è indispensabile per misuare e rilevare le differenze e darne una lettura sistematica, lettura chedovrebbe essere tenuta in considerazione dai decision makers e comunicata alla cittadinanza, attraverso strumenti come il Bilancio di genere. Per capire l’importanza delle statistiche di genere, si puù leggere l’intervento di Linda Laura Sabbadini

Per approfondimenti invece sull’iniziative a favore di una legge sulle statistiche di genere l’articolo pubblicato dal Paese delle donne. Tra queste si sottolinea la proposta del CNEL.

Ma vediamo quali statistiche di genere sono diffuse dall’Istituto Statistico Italiano.

L’Istat nel mese di gennaio ha aggiornato le “100 statistiche per capire il paese”, pubblicano un sito ad hoc chiamato NoiIalia che propone alcuni dati interessanti e di facile lettura anche per le non addette ai lavori. Per quanto riguarda gli indicatori di genere, in particolare, troviamo le seguenti statistiche aggiornate:

1) Bambini che fruiscono di asili nido e servizi per l’infanzia

2) Diffusione di asili nido e servizi per l’infanzia

Secondo l’Istat i dati sulla diffusione sul territorio degli asili nido e il numero di bambini che fruisce dei servizi per l’infanzia rappresentano indicatori utili per misurare l’attuazione delle politiche volte alla conciliazione degli impegni casa-lavoro (che come si sa nel nostro paese riguardano soprattutto le donne).

3) Fecondità totale

Nel confronto internazionale sui livelli di fecondità l’Italia, con 1,41 figli per donna, secondo i dati Istat ,si colloca nel 2008 in una posizione molto lontana da quella di importanti paesi europei, quali Francia (2,02) e Regno Unito (1,94). L’attuale numero medio di figli per donna corrisponde tuttavia al più elevato livello registrato in Italia dal 1991 ed è il risultato dell’andamento crescente iniziato dopo il 1995, anno in cui la fecondità italiana ha toccato il minimo storico con un valore di 1,19 figli per donna. Le stime a livello sub nazionale mostrano lievi incrementi per le regioni del Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno presenta lievi flessioni in quasi tutte le regioni della ripartizione. [Fonte Istat – NoiItalia]

4) Nelle statistiche relative alla popolazione inoltre si possono trovare i tassi di separazione, nuzialità.

5) Nelle statistiche dedicate al mercato del lavoro invece si possono consultare i tassi di attività, occupazione/disoccupazione e altri indicatori relativi al lavoro disaggregati per genere. Stessi indicatori anche per quanto riguarda la popolazione straniera.

Nel mese di febbraio l’Istat ha inoltre diffuso i dati riferiti all’anno 2007 relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza. Le tavole, contengono un’analisi temporale del fenomeno, riferita agli anni 1988-2007, e per l’ultimo anno della rilevazione i dati sono presentati a livello nazionale e a livello di dettaglio regionale e provinciale. Sono incluse informazioni sulle caratteristiche socio-demografiche della donna (età, stato civile, titolo di studio, condizione professionale, luogo di residenza, cittadinanza), sulla storia riproduttiva pregressa (numero di nati vivi, nati morti, interruzioni volontarie e aborti spontanei precedenti) e sull’aborto (età gestazionale, rilascio della certificazione, tipo di intervento, terapia antalgica, durata della degenza). [fonte Istat]
Si nota che dal 1988 al 2007 si è registrata una progressiva diminuzione del numero di interruzioni di gravidanza in Italia (pari a 56 mila casi in meno nel 2007 rispetto all’88).

Nel mese di ottobre sono state diffuse le statistiche relative alla Violenza contro le donne, nell’ ambito dell’ Indagine multiscopo sulle famiglie “Sicurezza delle donne” riferita all’anno 2006, effettuata da istat attraverso interviste telefoniche (proposte a 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni)Nell’indagine sono state analizzate diverse forme di violenza fisica e sessuale, nonché la violenza psicologica dal partner e lo stalking, ovvero i comportamenti persecutori messi in atto dal partner al momento della separazione o dopo. L’indagine offre una stima della prevalenza e dell’incidenza del fenomeno e offre informazioni sulle conseguenze a breve e a lungo termine, le modalità di accadimento, la denuncia alle forze dell’ordine. [Fonte Istat]

E’ possibile inoltre consultare e scaricare la tavola (in formato excel) di alcuni indicatori disaggregati per genere (anni 1995-2007), inserita nella banca dati sviluppata da Istat nell’ambito del progetto “Informazione statistica territoriale e settoriale per le politiche strutturali 2001-2008” e come impegno a supportare l’attività di monitoraggio e valutazione del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006.

Gli indicatori socio-economici regionali, (indicatori di contesto chiave e le variabili di rottura), disponibili per tutte le regioni e per macro-area, sono articolati secondo gli assi di intervento ed ambiti prioritari del QCS 2000-2006: gli assi I-VI riguardano appunto gli indicatori di genere. Tra questi troviamo indicatori relativi all’occupazione/disoccupazione femminile, al livello di istruzione secondaria e universitari, ai trasporti (grado di soddisfazione e utilizzo dei mezzi pubblici), allo sport. [Fonte Istat]

Ci auguriamo infine che Istat aggiorni anche gli indicatori relativi alle Statistiche di genere che aveva presentato in maniera sistematica e di facile lettura. Tali indicatori infatti diffusi nel marzo 2007 si riferiscono all’anno 2006.

Ovviamente non è soltanto l’Istat a diffondere e produrre dati statistici. Anzi, è fondamentale che gli uffici di statistica regionali e degli altri enti locali, sappiano rilevare le differenze, in modo tale da offrire gli strumenti alle amministrazioni per attuare politiche efficaci. Tra le varie attività degli enti locali, si presenta per esempio il lavoro del Comune di Bologna.

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Womenomics

Posted by vacrigistina su 17 marzo 2010

La valorizzazione delle donne risponde anche a criteri di efficienza economica. Le politiche che sostengano l’occupazione delle donne quindi creano un benificio per l’economia del paese e per la crescita del PIL. A sostenerlo due libri di recente uscita: A. Wittenberg-Cox e A Maitland Rivoluzione Womenomics, Il Sole 24Ore, 2010 eClaire Shipman eKatty KayWomenomics, Cairo 2010.

Nell’articolo di Daniela Del Boca, docente di Economica politica, pubblicato sul sito lavoce.info si approfondisce l’argomento, spiegando cosa si intende per womenomics.

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Anticoncezionali e pillola Ru486: il diritto ad essere informate

Posted by vacrigistina su 17 marzo 2010

In questi giorni sono usciti alcuni studi che riguardano noi donne, la nostra sessualità, il nostro corpo e la nostra libertà di scegliere. Ne segnalo alcuni:

> Uno studio scozzese afferma che la pillola anticoncezionale non fa male anzi, a lungo termine, avrebbe effetti positivi. Secondo La ricerca (su 46.000 donne per 40 anni) quelle che hanno preso la pillola sono meno a rischio di morire di cancro e di malattie di cuore. Sebbene quando stanno assumendo la pillola il rischio di malattie cardiovascolari sia leggermente più alto, poi diminuisce e, anzi, nel 12% dei casi, sono meno esposte ai problemi di cuore e tumori.
(fonte ansa)

Ma chissà. Comunque non so se la percentuale del 12% permette di affermare che la pillola anticoncezionale fa bene. Sulla questione degli effetti negativi della pillola anticoncezionale, purtroppo non c’è sufficiente chiarezza, soprattutto per noi donne che decidiamo di assumerla. Almeno nel mio caso, anche se ho avuto un’esperienza positiva, mi restano alcuni dubbi, e probabilmente queste ricerche buttate lì senza troppe spiegazioni, non fanno che aumentare la confusione su un farmaco che invece dovrebbe esser conosciuto nel miglior modo possibile. Qualche informazione in più si trova sul sito Vita di donna e sul sitoh ScegliTu (indico quest’ultimo con delle riserve che mi prometto di approfondire in un secondo momento). Ma le lacune informative restano. Molto dipende anche dalla ginecologa che ci segue, o dalla farmacista che ci vende la pillola. Si va da quelle che sottolineano soltanto gli effetti negativi a quelle che invece esaltano solo quelli positivi. Molto spesso poi le ginecologhe prescrivono una pillola piuttosto che un’altra senza basarsi sugli esami ormonali che invece sono fondamentali per individuare quale tipo di pillola è più adatta. E questo crea diversi problemi alle donne, che molto spesso di fronte ad una serie di effetti indesiderati scelgono di non usare più la pillola anticoncezionale piuttosto che provarne un tipo diverso. In merito agli anticoncezionali sono stati diffusi i risultati di un’altra recente ricerca:

> In due città della Norvegia, Tromsoe e Hamar, un gruppo di ricerca norvegese (Sinte), ha fornito per un anno anticoncezionali gratis – diversi tipi di pillole, spirali e altri metodi, a seconda dei soggetti – a 3500 donne tra i 20 e i 24 anni. Nel periodo considerato il numero di aborti si è ridotto della metà. Secondo i ricercatori, questo e’ dovuto, piu’ che a un aumento del numero di donne che hanno utilizzato contraccettivi, al fatto che ci sono state meno interruzioni nell’utilizzo di tali sistemi. La ricerca dimostra come fornire la pillola anticoncezionale gratis dimezza il tasso di aborti.
(fonte Ansa)

Beh questo rappresenta un dato interessante…magari ci fossero preservativi e pillole anticoncezionaleigratis (tanto per dire quella che prendo io costa 16 euro!).

E a proposito di aborti… ecco l’ennesimo ostacolo alla diffusione e uso della pillola RU486, che nel nostro Paese, viene vista come un metodo troppo facile per abortire, uno strumento che non essendo invasivo non segna abbastanza le donne che scelgono di abortire, che invece devono soffrire per il crimine che stanno commettendo (spero che si capisca il tono sarcastico). Come riporta l’Ansa, le indicazioni approvate in Europa e, riportate nella scheda tecnica del farmaco “presenta delle differenze rispetto alle indicazioni contenute nella delibera dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) pubblicata in gazzetta ufficiale nel mese di dicembre 2009: mentre in tutti i paesi europei – si afferma nel dossier – il farmaco è approvato nell’interruzione medica di gravidanza intrauterina in corso (…) fino al 63/mo giorno di amenorrea, l’uso in Italia é consentito fino al 49/mo giorno. L’Agenzia italiana del farmaco non ha dato inoltre precisazioni in merito a questa indicazione diversa rispetto alle altre agenzie europee.
Approfitto per ricordare, che la pillola, che tra poche settimane sarà messa in commercio, nel nostro paese non potrà esser acquistata in farmacia, essendo la sua somministrazione vincolata al ricovero ospedaliero, come ribadito dall’Aifa, dopo la richiesta del ministro Sacconi di avere maggiore chiarezza sulla effettiva compatibilità del farmaco con la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.
La durata del ricovero ospedaliero dipenderà dalle scelte delle Regioni (la maggioranza ha ovviamente posticipato la decisione a dopo le elezioni!). Probabilmente ci saranno regioni che opteranno per un ricovero ospedaliero anche di più giorni, ricovero che non è richiesto per l’operazione chirurgica, che infatti, anche se più invasiva per la donna, viene eseguita in day hospital. E questa sembra davvero un’assurdità. Che si somma all’assurdità più offensiva del diritto dell’obiezione di coscienza dei medici o dei farmacisti (peccato che non c’è obiezione dei medici nell’iniettare silicone, di trasformare donne in bambole gonfiabili, o di prescrivere medicinali tanto per non far impoverire le ditte farmaceutiche…in questo caso dov’é la loro etica? Per non parlare dei medici che obiettano non tanto l’aborto, ma il suo essere gratis: si rifiutano di eseguire aborti nell’ospedale pubblico per poi effettuarli a pagamento.
Si possono trovare interessanti approfondimenti anche sulla pillola RU486 sul sito Vita di donna

Purtroppo in rete si trovano anche informazioni sull’argomento, che invece di affrontare da un punto di vista obiettivo e scientifico il tema, sono soltanto dimostrazioni di una presa di posizione ideologica.

Sul sito di un dottore specializzato in ginecologia e ostetricia  – che credo  sia soltanto un esempio dei molti siti di questo tipo probabilmente presenti in rete – la pillola RU486 viene definita pillola del mese dopo, e già questa definizione può far intendere quanto siano obiettive le informazioni riportate. Vengono inoltre poste delle domande, ne riporto solo alcune, perché non vorrei dare troppa visibilità a certa dis-informazione.

La donna assiste allo spegnersi lento della vita del figlio (cui viene negato il nutrimento) per 2 o 3 giorni. E se intanto avesse un ripensamento, volesse ritornare indietro?
E certo la donna è una sprovveduta, fa le cose così improvvisate, prende una decisione del genere come se scegliesse il colore delle calze.

L’idea che si assume una pillola può ingenerare l’idea che si stia utilizzando una medicina, o un contraccettivo. E questo può ulteriormente nascondere la verità.
Ma quale verità???Ma perché considerare le donne come stupide…basta che ci sia l’informazione adeguata per capire cosa si sta facendo. E le donne, quando scelgono, il più delle volte sanno quello che fanno.

Con il giuramento di Ippocrate il medico afferma la sua volontà ad utilizzare l’ars medica e i farmaci per “curare” dalle malattie. LA VITA DI UN BAMBINO PUÒ ESSERE CONSIDERATA UNA MALATTIA?!
Eh?Cioè?Ora si capisce che il problema non è la pillola RU486 e i possibili problemi alla salute della donna, ma si mette in discussione lo stesso diritto ad abortire che è garantito da una legge italiana. E conferma della posizione ideologica e non scientifica ed obiettiva, la scelta terminologica di bambino al posto di embrione.

Tanto per rimanere un po’ sul superficiale: mi sono sempre chiesta perché alcuni medici, se tanto ci tengono alla difesa di certi principi etici, non scelgano di fare i preti piuttosto che i dottori (che se tra l’altro fanno parte del SSN vengono pagati anche con le tasse delle cittadine alle quale viene negato l’esercizio di diritti e viene ostacolata la fruizione di alcuni sevizi che pagano).

Ma finiremo mai di contrattare sul nostro corpo? Per quanto ancora dovremo ribadire principi e diritti che ormai dovrebbero essere patrimonio comune di una società laica? Finiremo mai di lottare per battaglie già vinte? E soprattutto riusciremo a vincere quelle che restano in sospeso, come quella della pillola Ru486? O sulla fecondazione assistita?
Vedremo mai rispettato il diritto (riconosciuto costituzionalmente dall’art.21), ad essere informate decentemente su certe questioni che riguardano aspetti così importanti della nostra vita?

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Gendercide e Femminicidio

Posted by vacrigistina su 16 marzo 2010

Dopo l’ennesimo episodio di violenza, riprendo i dati della ricerca condotta dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna (Fonte Zeroviolenzadonne)

La ricerca svolta da un gruppo di volontarie della Casa delle donne, raccoglie e analizza tutti i casi di donne uccise in Italia riportati dalla stampa, riconducibili alla violenza di genere. I dati anche se sottostimati, considerando che non esistono dati ufficiali sul femminicidio e in assenza di indagini commissionate dalle istituzioni, sono molto importanti.

Anno 2009: 119 donne uccise

Anno 2008: 112 donne uccise

Anno 2007: 107 donne uccise

Anno 2006: 101 donne uccise

Periodo 2006 -2009: totale donne uccise 439

Nella ricerca emerge che per quanto riguarda la provenienza sia delle donne che degli autori, le donne nel 70% dei casi e gli autori nel 76% sono italiani. Un altro dato significativo riguarda il luogo del delitto, che quasi per il 70% dei casi è l’abitazione della vittima, inoltre le donne uccise per mano del partner o dell’ex, rappresentano la quasi totalità dei casi. Per approfondimenti si rimanda all’articolo pubblicato da Zeroviolenzadonne

E a proposito di violenza di genere, qualche giorno fa, in diversi siti e su diversi giornali è stato ripreso l’articolo Gendercide e l’ultimo numero dell’Economist, che ha dedicato la copertina a questo tema. Si è parlato di neologismo, ma in realtà il termine era già ampiamente utilizzato da associazioni e movimenti di donne che si occupano di contrastare la violenza di genere. Ma si sa, dato che non sono a livello dell’Economist, restano più o meno nell’ombra e nel silenzio. Per capirlo basta visitare il sito Gendercide Watch, dove si può trovare anche una definizione del termine: Gendercide is gender-selective mass killing. The term was first used by Mary Anne Warren in her 1985 book, Gendercide: The Implications of Sex Selection. Warren drew “an analogy between the concept of genocide” and what she called “gendercide.”

Quindi, tanto per chiarire, l’Economist non ha inventato il neologismo, anche se ha il merito di avere fatto conoscere questa parola anche a chi meno informato (interessato?) sulla tematica.

Una confusione simile del resto riguarda anche il termine femminicidio, che ancora oggi fatica ad entrare nel linguaggio comune (e word continua a darlo come errore). Il termine femminicidio può esser inteso nella sola accezione di uccisione delle donne oppure ricomprendere anche i casi di tutte quelle violenze, sia fisiche che psicologiche, rivolte contro la donna e volte al suo annientamento. In proposito segnalo anche se un pò datata l’intervista sul sito Il paese delle donne, all’autrice del libro Barbara Spinelli “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” edito nel 2008 da FrancoAngeli.

E, come più volte sottolineato, dato che il linguaggio è lo strumento fondamentale di qualsiasi gruppo di persone per comunicare idee e per dare un significante ad un significato, e dato che quello che non si può indicare con un segno linguistico non esiste, scegliere di non usare espressioni come femminicidio o gendercide, fa si che tali fenomeni non siano percepiti per quello che in realtà sono, fa si che i numerosi episodi di violenza restino separati, sconnessi, fa si che la spiegazione degli episodi sia sempre specifica e non ricondotta al fenomeno della violenza di genere. Per questo è importante che certe parole siano utilizzate, soprattutto dai media.

Un altro blog che vorrei segnalare sul quale potete trovare un aggiornamento costante sugli episodi di violenza di genere, e già il nome dà un’idea di quello che succede, e del femminicidio è Bollettino di guerra.

Per chiudere riporto le parole che alcune donne hanno pronunciato nella performance In mourning and in rage organizzata da Leslie Labowitz e Suzanne Lacy ( esposta nella mostra fotografica di cui avevo parlato nell’articolo L’avanguardia di essere donna):

Sono qui per le dieci donne che sono state violentate e strangolate tra il 18 ottobre e il 29 novembre 1977

Sono qui per le 4033 donne violentate l’anno scorso a Los Angeles

Sono qui per quel mezzo milione di donne che vengono picchiate in questo momento nelle loro case

Sono qui per le donne la cui esistenza è ostacolato ogni giorno dalla minaccia di violenze

Sono qui per le migliaia di donne rappresentate come vittime di violenza nei film, in tv e nelle riviste

Sono qui per la rabbia di tutte le donne

Sono qui per le donne che stanno combattendo


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Le donne non lo sanno fare…serve un uomo!

Posted by vacrigistina su 12 marzo 2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza di oggi n°10164, ha stabilito che usare espressioni discriminatorie legate all’appartenenza di genere, nella formulazione di un giudizio sul lavoro e sull’attività svolti, è da considerarsi reato di diffamazione, che quindi prevede il risarcimento alla persona diffamata.

La sentenza, emanata in relazione all’articolo pubblicato nel 2002 sul Corriere di Caserta “Carcere: per dirigerlo serve un uomo”, nel quale un sindacalista ha espresso la necessità di una gestione maschile del carcere, criticando il lavoro della dirittrice del carcere, non in base a fatti e comportamenti, ma solo sulla base dell’essere donna, stabilisce quindi che critiche incentrate sul genere costituiscono reato di diffamazione. Non so fino a quale ambito e circostanza, può esser esteso tale principio espresso dalla Cassazione, ma anche eventualmente limitato all’ambito professionale, mi sembra già qualcosa.

Il sex typing professionale (e formativo) e i processi di femminilizzazione di alcune professioni, generando la cosiddetta “segregazione orizzontale”, rappresentano ancora oggi un importante problema per le donne e un grave limite allo sviluppo culturale, sociale ed economico del paese (anche se per alcuni aspetti, considerando in particolare l’aumento del settore dei servizi, hanno favorito l’ingresso delle donne nel mercato di lavoro e l’aumento quantitativo delle lavoratrici). La sentenza non risolve certo il problema della segregazione orizzontale, ne tantomeno quello della diffusione di stereotipi di genere, ma perlomeno, può servire a metter un freno alle lingue, alle penne e a certi pensieri che supportano una visione sessuata del lavoro e delle professioni e una divisione di genere nel mercato lavorativo. Un utile strumento giuridico per contrastare il pensiero ancora oggi dominante “che esistono lavori che si adattano meglio alle donne e altri più congeniali per gli uomini” “che alcuni lavori sono svolti meglio dalle donne e altri meglio dagli uomini”. Pensiero discriminatorio che, almeno fino ad oggi, ha svantaggiato le donne rilegandole in professioni, considerate generalmente meno prestigiose, spesso meno pagate e con meno possibilità di avanzamento. E di esempi se ne potrebbero fare a centinaia.

Tutelare le lavoratrici (ma anche i lavoratori) di fronte ad affermazioni che le offendono e discriminano in quanto donne, rappresenta quindi un altro piccolo tassello per le pari opportunità nel mercato del lavoro, anche se ovviamente per distruggere gli stereotipi di genere, per eliminare la creazione di ruoli maschili/femminili (fuori e dentro casa), per cambiare l’opinione comune “che le donne siano più brave a fare le maestre e gli uomini a dirigere le aziende” non può bastare una sentenza. E prima che questo avvenga, di frasi offensive sono convinta che ne leggeremo e sentiremo ancora molte, con la speranza, però, che chi le pronuncia o scrive, venga prima denunciato e poi condannato.

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Una corsa al potere senza fine

Posted by vacrigistina su 11 marzo 2010

Ieri sera ho avuto modo di vedere un bellissimo spettacolo su Simone Weil (A modo di un melo in fiore di Maria Sandias) e di ascoltare subito dopo un’interessante riflessione di Ida Dominijanni sulla visione del potere, sviluppata a partire da un estratto del testo di Simone Weil “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, scritto nel 1934, quando la filosofa aveva soli 25 anni.

Per Simone Weil “non c’è mai potere ma solamente corsa al potere… senza termine, senza limite, senza misura…”

Questo non significa che non ci sia esercizio del potere, repressione, oppressione, al contrario secondo la Weil la società si basa sulla divisione, che si trasforma in conflitto, tra chi comanda e chi esegue. Vedere il potere come una corsa verso il raggiungimento, o meglio il mantenimento, di se stesso, significa vedere il potere come limitato (come ogni fenomeno), il potere non è assoluto e quando lo diviene (come i totalitarismi passati e presenti) non è mai per sempre. Il potere investe il “cuore stesso della vita sociale” incidendo sul nostro modo di stare con gli altri, il desiderio di potere si rivela come un’illusione, un’aspirazione continua che non si realizza mai completamente. Il potere si esaurisce nella corsa al potere, una corsa che non ha mai fine e che sfinisce anche i potenti. L’esercizio del potere non si stacca mai dal problema del suo mantenimento. Non c’è quindi potere ma una ricerca infinita e faticosa del potere. E anche questa ricerca implica oppressione e repressione, la ricerca e la necessità di garantire il mantenimento del potere provoca enormi danni ai chi è comandato, ma anche a chi comanda.

Quale pensiero si adatta meglio a quello che stiamo vivendo oggi nel nostro paese democratico, dove quindi il potere non può (potrebbe) essere assoluto, ma delegato e limitato, dove assistiamo ogni giorno alla ricerca del mantenimento del potere da parte di chi, provvisoriamente, lo detiene? Una ricerca che si esprime in parlamento, con l’uso ordinario del voto di fiducia, con leggi che hanno l’obiettivo di non far “cadere il re dal suo trono”, con regolamenti che limitano la libertà di informazione, nella sua accezione di diritto passivo e attivo, con leggi che limitano gli spazi su cui si può indagare e informare, con attacchi alle istituzioni garanti di principi costituzionali, con azioni che mescolano i confini tra il controllore e il controllato, con attacchi alla divisione dei poteri, con leggi che aumentano le garanzie di sopravvivenza e i privilegi di chi governa, con l’ambivalenza delle regole, alcune devono essere rispettate (la par condicio) altre sono solo “pura forma” che ledono la sostanza (le regole per la presentazione delle liste). Il Presidente del consiglio e il governo che lo supporta e rappresenta, ci sta dando una vera dimostrazione della corsa al potere, senza limite senza misura, senza fine. Un potere che ha paura di esaurirsi, di finire, una paura che crea più danni ai cittadini del potere stesso.

Il problema oggi è che non esiste più la necessità di contrastare il potere, di mettersi in conflitto con esso, di limitare la ricerca del potere, di ostacolare la sua corsa; oggi non esiste più la capacità di trasformare la paura di chi detiene il potere, in una sua debolezza, in un fattore di crisi del potente.

Mentre Ida Dominijanni parlava mi sono resa conto che quello che avevo considerato sempre una certezza in realtà adesso sta iniziando a vacillare: mi sono sempre detta che oggi l’instaurazione di un regime dittatoriale nel nostro paese sarebbe stata impossibile, impensabile, assurda, perché non sarebbe stata permessa dai noi cittadini/e, nati/e, cresciuti/e e abituati/e alla democrazia e all’esercizio della libertà. E mi sono sempre chiesta come avessero fatto a permettere lo sviluppo del fascismo, pensando che oggi sia diverso, che noi siamo diversi.

Ma questa certezza, di fronte all’indifferenza verso alcuni fatti che ledono le nostre libertà, i diritti costituzionali, i principi su cui si fonda la democrazia, l’indifferenza verso il potente che delinque, di fronte all’affermazione del principio più becero “vince chi è furbo”, di fronte ad un’opinione pubblica che latita e che anche se si esprime in mille modi nuovi e diversi, come per esempio la rete, non riesce ad aggregarsi, non riesce a incidere. Di fronte al fondo che si sposta sempre più in profondità, proporzionalmente all’aumento del grado di sopportazione e alla diminuzione del voglia/necessità/capacità di indignazione, la certezza che oggi un regime non si possa instaurare, vacilla. E però insieme all’incertezza, in modo molto contraddittorio, vacilla anche l’entusiasmo di esercitare il mio diritto/dovere al voto. Che fare quindi? Come riuscire a diventare (di nuovo) il granello di sabbia che inceppa la ruota del sistema? Come diventare l’ostacolo della corsa al potere?

Come convertire tutti i pensieri in azioni? Come trasformare le azioni in pensieri? Simone Weil riusciva a farlo, ha dedicato la sua vita a “testimoniare”, e la sua testimonianza nasceva dall’esperienza concreta (della fabbrica, della guerra, dei campi), Simone Weil quando non ha più potuto testimoniare a rinunciato alla vita. E io nei confronti di questo, nei confronti di quello che sta succedendo, mi sento profondamente vigliacca, stupida, inutile. Ma poi mi dico, che in fondo anch’io, anche se in maniera minore, sto testimoniando con questo mio blog. Testimoniando la condizione delle donne, testimoniando che c’è qualcuna che non sta in silenzio. Ma questo può bastare?

Poi torno sempre al punto di partenza: il potere con cui oggi facciamo i conti, il potere che la storia ci ha mostrato e trasmesso è sempre potere maschile, perché inventato, progettato, costruito ed esercitato dagli uomini. Torno sempre alla domanda centrale delle mie riflessioni: come ci possiamo porre noi donne nei confronti del potere? Come possiamo lavorare per la sua demolizione? Decidiamo di rifiutarlo o di esercitarlo nostro malgrado o a nostro modo? Torno sempre al disagio generale di fronte al potere, e al disagio particolare, di donna di fronte al potere maschile…

Tra l’altro Simone Weil ha scritto anche il Manifesto per la soppressione dei partiti politici, nei quali vedeva “un male allo stato puro o quasi”, partiti che avevano secondo la Weil l’ideale “un partito al potere e tutti gli altri in prigione” (ovviamente pensiero che va adattato ai tempi in cui l’ha scritto, cioè dei totalitarismi europei).

E anche i partiti che oggi si contendono l’esercizio del potere, sono partiti maschili, perché costruiti da uomini su tempi e modi maschili. In questi partiti alcune donne hanno deciso di entrare, con esiti più o meno positivi. Ma, anche qui, non è il caso di chiederci cosa e come, possiamo fare noi donne, qualcosa magari che vada oltre i partiti e che duri di più di un movimento? E che sia espressione di tutta la società e non solo di una sua parte.

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Aung San Suu Kyi

Posted by vacrigistina su 10 marzo 2010

Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), principale partito d’opposizione e Nobel per la pace, non potrà presentarsi alle elezioni a causa della nuova legge elettorale.

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